My Photo
Name:
Location: Borgosesia, Vercelli, Italy

Sunday, June 04, 2006

Words of Ec(h)o

Ho trovato sui sempre più affollati scaffali della biblioteca paterna (ah ah ah...) un librettino agile ma di un certo interesse: Del Giudice - Dionigi - Eco - Ravasi, Nel segno della parola, Milano, RCS, 2005 (nota per i più "venali": prezzo 8,20 Euro). Vi sono saggi dei quattro autori, che sono veramente di primissimo livello: forse il meno conosciuto è Daniele Del Giudice, romanziere; per quanto riguarda gli altri, abbiamo il biblista mons. Gianfranco Ravasi, l'eminente latinista Ivano Dionigi e il sempre ottimo Umberto Eco, che si presenta qui nella sua veste più "istituzionale" di semiologo, seppure con un approccio nettamente divulgativo. Il suo saggio mi è particolarmente piaciuto: ne vorrei riportare qualche passo interessante.

Superior stabat. Retorica del lupo e dell'agnello

Non so se valga la pena di dirvi quello che vi dirò perché ho la chiara coscienza di parlare a una massa di idioti con il cervello andato in acqua e basta guardarvi in faccia per capire che non capirete nulla.
Vi piace questo inizio? Si tratta di un caso di captatio malevolentiae, e cioè dell'uso di una figura retorica che non esiste e non può esistere, la quale mira ad inimicarsi l'uditorio e a mal disporlo verso il parlante. Tra parentesi, credevo di avere inventato io anni fa la captatio malevolentiae per definire il tipico atteggiamento di un amico, ma poi - controllando su Internet - ho visto che ormai esistono molti siti dove la captatio malevolentiae viene citata, e non so se si tratti di disseminazione della mia proposta o di poligenesi letteraria [...].
Badate che tutto sarebbe stato diverso se io avessi iniziato in questo modo: "Non so se valga la pena di dirvi quello che vi dirò perché ho la chiara coscienza di parlare a una massa di idioti con il cervello andato in acqua, ma parlo solo per rispetto verso quei due o tre di voi presenti in questa sala che non appartengono alla maggioranza degli imbecilli". Questo sarebbe un caso (sia pure estremo e pericoloso) di captatio benevolentiae, perché ciascuno di voi sarebbe automaticamente persuaso di essere uno di quei due o tre e, guardando con disprezzo tutti gli altri, mi seguireste con affettuosa complicita.
La captatio benevolentiae è un artificio retorico che consiste, come ormai avrete capito, nel conquistarsi subito la simpatia dell'interlocutore. Sono forme comuni di captatio l'esordio "è per me un onore parlare a un pubblico così qualificato" ed è captatio consueta (tanto da essersi ribaltata talora nel suo uso ironico) il "come lei m'insegna..." dove, nel ricordare a qualcuno qualcosa che non sa ho ha dimenticato, si premette che si ha quasi vergogna a ripeterlo perché evidentemente l'interlocutore è il primo a saperlo.
Perché in retorica si insegna la captatio benevolentiae? Come voi tutti m'insegnate, la retorica non è quella cosa talora ritenuta disdicevole, per cui noi usiamo paroloni inutili o ci profondiamo in appelli emotivi esagerati e non è neppure, come vuole una lamentevole vulgata, un'arte sofistica - o almeno, i Sofisti greci che la praticavano non erano quei mascalzoni che ci presenta spesso una cattiva manualistica. Peraltro il grande maestro di una buona arte retorica è stato proprio Aristotele, e Platone (malgrado un testo malizioso come il Gorgia) nei suoi dialoghi usava artifici retorici raffinatissimi, e li usava per polemizzare contro i Sofisti.
La retorica è una tecnica della persuasione, e di nuovo la persuasione non è una cosa cattiva, anche se si può persuadare qualcuno con arti riprovevoli a fare qualcosa contro il proprio interesse. Una tecnica della persuasione è stata elaborata e studiata perché su pochissime cose si può convincere l'uditore attraverso ragionamenti apodittici. Una volta stabilito che cosa sia un angolo, un lato, un'area, un triangolo, nessuno può mettere in dubbio la dimostrazione del teorema di Pitagora. Ma, per la maggior parte delle cose della vita quotidiana, si discute intorno a cose circa le quali si possono avere diverse opinioni. La retorica antica si distingueva in giudiziaria (e in tribunale è discutibile se un dato indizio sia probante o meno), deliberativa (che è quella dei parlamenti e delle assemblee, in cui si dibatte per esempio se sia giusto costruire la variante di valico, rifare l'ascensore del condominio, votare per Tizio piuttosto che per Caio) ed epidittica, e cioè in lode o in biasimo di qualcosa, e tutti siamo d'accordo che non esistono leggi matematiche per stabilire se sia stato più affascinante Gary Cooper piuttosto che Humphrey Bogart, se lavino più bianco l'Omo o il Dash, se Irene Pivetti appaia più femminile di Platinette.
Siccome per la maggior parte dei dibattiti di questo mondo si argomenta intorno a questioni che sono oggetto di dibattito, la tecnica retorica insegna a trovare le opinioni sulle quali concorda la maggior parte degli uditori, a elaborare dei ragionamenti che siano difficilmente contestabili, a usare il linguaggio più appropriato per convincere della bontà della propria proposta, e anche a suscitare nell'uditorio le emozioni appropriate al trionfo della nostra argomentazione [...].
Ma a questo punto è chiaro perché la captatio malevolentiae non può essere un artificio retorico. La retorica tende ad ottenere consenso, e quindi non può apprezzare esordi che scatenino immediatamente il dissenso. Pertanto è tecnica che non può che fiorire in società libere e democratiche, compresa quella democrazia certamente imperfetta che era quella della Atene antica. Se io posso imporre qualcosa con la forza, non ho bisogno di richiedere il consenso: rapinatori, stupratori, saccheggiatori di città, kapò di Auschwitz non hanno mai avuto bisogno di usare tecniche retoriche.
Sarebbe allora facile stabilire una linea di confine: ci sono culture e paesi in cui il potere si regge sul consenso, e in essi si usano tecniche di persuasione, e ci sono paesi dispotici dove vale solo la legge della forza e della prevaricazione, e in cui non è necessario persuadere nessuno. Ma le cose non sono così semplici, ed ecco perché [...] parleremo di retorica della prevaricazione. Se, come dice il dizionario, prevaricare significa abusare del proprio potere per trarne vantaggi contro l'interesse della vittima, agire contrariamente all'onestà trasgredendo i limiti del lecito, sovente chi prevarica, sapendo di prevaricare, vuole in qualche modo legittimare il proprio gesto e persino - come avviene nei regimi dittatoriali - ottenere consenso da parte di chi soffre la prevaricazione, o trovare qualcuno che sia disposto a giustificarla. Pertanto si può prevaricare e usare argomenti retorici per giustificare il proprio abuso di potere.
Uno degli esempi classici di pseudo-retorica della prevaricazione ci è dato dalla favola del lupo e dell'agnello di Fedro:

Il lupo e l'agnello, assetati, / erano giunti al medesimo rivo. Più in alto stava il lupo; / ben più in basso, l'agnello. Quando, spinto da voracità sfrenata, / quel brigante cercò un pretesto per litigare. / "Perchè", attaccò, "mi hai intorbitato l'acqua che bevevo?" / A sua volta l'agnello tutto intimorito: / "Ma, scusami, lupo, come posso fare ciò di cui ti lagni? / È da te che scende l'acqua che io sorseggio".

Come si vede, l'agnello non manca di astuzia retorica e, di fronte a un'argomentazione debole del lupo, sa come confutarla, e proprio in base all'opinione compartecipata dalle persone di buon senso per cui l'acqua trascina detriti e impurità da monte a valle e non da valle a monte. Di fronte alla confutazione dell'agnello, il lupo ricorre ad altro argomento:

Allora quello, smentito dall'evidenza, incalza: / "Sei mesi or sono parlasti male di me". / E l'agnello replicò: "Ma io non ero neppure nato!".

Altra bella mossa da parte dell'agnello, a cui il lupo risponde cambiando ancora giustificazione:

E l'altro: "Tuo padre, per Ercole, parlò male di me". / E così dicendo lo afferra e, violando ogni diritto, lo sbrana. / Questa favola è dedicata a chi / inventa pretesti per opprimere gli innocenti.

La favola ci dice due cose. Che chi prevarica cerca anzitutto di legittimarsi. Se la legittimazione viene confutata, oppone alla retorica il non argomento della forza. Naturalmente la favola di Fedro ci offre una caricatura del prevaricatore in quanto retore, perché il povero lupo usa solo argomenti deboli, ma al tempo stesso ci offre un'immagine forte del prevaricatore forte.
Badate che la favola di Fedro non racconta qualcosa d'irreale. [...]
Abbiamo visto che il lupo usa argomenti speciosi, ma non è che l'agnello dia prova, nel confutarli, di grande sottigliezza. La falsità degli argomenti del lupo sta sotto gli occhi di tutti. Talora però gli argomenti sono più sottili perché sembrano prendere come punto di partenza un'opinione compartecipata dai più, quelli che la retorica greca chiamava un éndoxon, e su quelli lavora, nascondendo la tecnica della petitio principii, in base alla quale si usa come argomento probante la tesi che si doveva dimostrare, oppure si confuta un argomento usando come prova ciò che l'argomento voleva confutare.
[...]
[...] torniamo al nostro lupo. Esso, per divorare l'agnello, cerca un casus belli, cerca cioè di convincere l'agnello, o gli astanti, e forse persino se stesso, che egli mangia l'agnello perché gli ha fatto un torto. Questa è la seconda forma di una retorica della prevaricazione. La storia dei casus belli nel corso della Storia mette, infatti, in scena dei lupi un poco più avveduti. Tipico è il casus belli che ha dato origine alla Prima guerra mondiale.
Nell'Europa del 1914 esistevano tutti i presupposti per una guerra; anzitutto una forte concorrenza economica fra le grandi potenze: il progresso dell'impero tedesco sui grandi mercati inquietava la Gran Bretagna, la Francia vedeva con preoccupazione la penetrazione tedesca nelle colonie africane, la Germania soffriva di un complesso di accerchiamento, ritenendosi ingiustamente soffocata nelle sue ambizioni internazionali, la Russia si eleggeva a protettrice dei paesi balcanici e si confrontava con l'impero austro-ungarico. Di qui la corsa agli armamenti, i moti nazionalistici e interventisti nei singoli paesi. Ciascun paese aveva interesse a fare una guerra ma nessuna di queste premesse la giustificava. Siccome chiunque l'avesse dichiarata sarebbe apparso come inteso a difendere interessi nazionali e a prevalere sugli interessi delle altre nazioni, ci voleva un pretesto. Ed ecco che, a Sarajevo, il 28 giugno 1914, uno studente bosniaco uccide in un attentato l'arciduca ereditario d'Austria-Ungheria Francesco Ferdinando e la consorte. È ovvio che il gesto di un fanatico non coinvolge un intero paese, ma l'Austria coglie la palla al balzo. D'accordo con la Germania, attribuisce al governo serbo la responsabilità dell'eccidio, e indirizza a Belgrado il 23 luglio un duro ultimatum alla Serbia, ritenuta responsabile di un piano antiaustriaco. La Russia assicura subito il proprio sostegno alla Serbia, la quale risponde all'ultimatum in modo abbastanza conciliante ma bandisce al tempo stesso la mobilitazione generale. A questo punto l'Austria dichiara guerra alla Serbia, senza attendere una proposta di mediazione presentata dall'Inghilterra. In breve tempo tutti gli stati europei entrano in guerra. Per fortuna c'è stata la Seconda guerra mondiale, coi suoi cinquanta milioni di morti, altrimenti la Prima avrebbe avuto il primato tra tutte le tragiche follie della Storia.
[...]
Uno dei primi argomenti che si usano per scatenare una guerra o dare inizio a una persecuzione è l'idea che si debba reagire a un complotto ordito contro di noi, il nostro gruppo, il nostro paese. Il caso dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion, il libello che è servito di giustificazione allo sterminio degli ebrei, è un tipico caso di teoria del complotto. [...]
In genere le dittature, per mantenere il consenso popolare intorno alle loro decisioni, denunciano l'esistenza di un paese, un gruppo, una razza, una società segreta che cospirerebbe contro l'integrità del popolo dominato dal dittatore. In genere ogni forma di populismo, anche contemporaneo, cerca di ottenere il consenso parlando di una minaccia che viene dall'esterno, o da gruppi interni.
[...]
Mussolini e Hitler non sono stati gli ultimi a riprendere la teoria del complotto. So che tutti in questo momento state pensando a Berlusconi, che della teoria rimane però un pallido ripetitore. Ben più preoccupante è la ripresa dei Protocolli e del complotto giudaico per giustificare il terrorismo arabo. Dopo decenni e decenni che i Protocolli sono stati dimostrati un falso (costruito gradatamente nell'Ottocento da gesuiti legisttimisti, polizie segrete francese e russa), basta che visitiate i siti Internet in cui essi vengono riproposti e controlliate la diffusione anche ufficiale che hanno nel mondo arabo.
[...]
Ritorniamo all'Austria e a Mussolini. In quei casi il casus belli esisteva, sia pure magnificato ad arte. Ci sono casi in cui viene creato ex novo. Io non voglio partecipare - per rispetto delle diverse opinioni dei miei ascoltatori - alla discussione in corso sul fatto se Saddam avesse davvero le armi di distruzione di massa che hanno giustificato l'attacco all'Iraq. Mi rifaccio piuttosto ad alcuni testi di quei gruppi di pressione americani detti "neoconservatori", i quali sostengono, non senza ragioni, che gli Stati Uniti, essendo il paese democrativo più potente del mondo, hanno non solo il diritto ma anche il dovere di intervenire per garantire quella che comunemente viene detta la pax Americana.
Ora nei vari documenti elaborati dai neoconservatori si era da tempo fatta strada l'idea che gli Stati Uniti avevano dato prova di debolezza non portando a termine, ai tempi della prima guerra del Golfo, l'occupazione di tutto l'Iraq e la deposizione di Saddam e, specialmente dopo la tragedia dell'undici settembre, si sosteneva che l'unico modo per tenere a freno il fondamentalismo arabo fosse dare una prova di forza dimostrando che la più grande potenza del mondo era in grado di distruggere i suoi nemici. Pertanto si rendevano indispensabili l'occupazione dell'Iraq e la deposizione di Saddam, non solo per difendere gli interessi petroliferi americani in quella zona, ma per dare un esempio di forza e di temibilità.
Non intendo discutere questa tesi, che ha anche delle ragioni di Realpolitik. Ma ecco la lettera inviata al presidente Clinton il 26 gennaio 1998 dai massimi esponenti del "Project for the New American Century", punta di diamante dei neo cons, e firmato tra gli altri da Francis Fukuyama, Robert Kagan e Donald Rumsfeld:

Non possiamo più contare sui nostri alleati per continuare a far rispettare le sanzioini o per punire Saddam quando blocca o evade le ispezioni delle Nazioni Unite. Pertanto la nostra capacità di assicurare che Saddam Hussein non stia producendo armi di distruzione di massa è notevolmente diminuita. Anche se dovessimo ricominciare le ispezioni [...] l'esperienza ha dimostrato che è difficile se non impossibile tenere sotto controllo la produzione irachena di armi chimiche e batteriologiche. Poiché gli ispettori non sono stati in grado di accedere a molti impianti iracheni per un lungo periodo di tempo, è ancora più improbabile che riusciranno a scoprire tutti i segreti di Saddam [...]. L'unica strategia accettabile è quella di eliminare la possibilità che l'Iraq diventi capace di usare o minacciare. Nel breve periodo questo richiede la disponibilità a intraprendere una campagna militare [...]. Nel lungo periodo significa destituire Saddam Hussein e il suo regime [...]. Crediamo che gli Stati Uniti siano autorizzati, all'interno delle esistenti risoluzioni dell'Onu, a compiere i passi necessari, anche in campo militare, per proteggere i nostri interessi vitali nel Golfo.

Il testo mi pare inequivocabile: per proteggere i nostri interessi nel Golfo dobbiamo intervenire; per intervenire bisognerebbe poter provare che Saddam ha armi di distruzione di massa; questo non potrà mai essere provato con sicurezza, quindi interveniamo in ogni modo. La lettera non dice che le prove debbono essere inventate, perché i firmatari sono uomini d'onore (argomentazione fallace secondo i teorici Van Eemeren e Grootendorst, perché elude la norma dell'obbligo di giustificazione mediante il cosiddetto argumentum ad verecundiam, e cioè sottrarsi a quest'obbligo mediante garanzia personale della validità della tesi, ndr). Come si vede questa lettera, ricevuta da Clinton nel 1998, non ha avuto nessuna influenza diretta sulla politica americana. Ma alcuni degli stessi firmatari scrivevano il 20 settembre 2001 al presidente Bush, e quando ormai uno dei firmatari della prima lettera era diventato ministro della difesa:

È possibile che il governo iracheno abbia fornito qualche forma di assistenza ai recenti attacchi contro gli Stati Uniti. Ma anche se non ci fossero prove che leghino direttamente l'Iraq all'attacco, qualunque strategia mirata a sradicare il terrorismo e i suoi sostenitori deve includere un impegno determinato a destituire Saddam Hussein.

Due anni dopo, il duplice pretesto delle armi e dell'assistenza al fondamentalismo musulmano è stato usato, con la chiara consapevolezza che, anche se le armi c'erano, la loro esistenza non era provabile, e che il regime dittatoriale di Saddam era laico e non fondamentalista. Ancora una volta, ripeto, non sono qui a giudicare la saggezza politica di questa guerra, ma ad analizzare forme di legittimazione di un atto di forza.

1 Comments:

Anonymous Luca Troncone said...

Per quanto concerne la captatio malevolentiae, non saprei dirti se sia stato il primo a farne uso o meno (ne dubtio), Pasolini ha già usato questo termine nel commento de "Il PCI ai giovani". Precisamente nella "Apologia" scritta pochi giorni dopo lo scontro di Valle Giulia.
Luca Troncone.

June 28, 2008 6:48 pm  

Post a Comment

<< Home