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Monday, June 16, 2008

A-HA!

http://www.ansa.it/site/notizie/awnplus/topnews/news/2008-06-16_116236576.html

Sapete com'è... se lo dico io magari sono un po' di parte... ma se lo dice l'esperto del settore... :|
Vediamo se il filoamericanismo dell'attuale esecutivo si spinge fino a far rimangiare a Scajola le sue recenti dichiarazioni sul tema.
Saluti.

Friday, May 16, 2008

Evidenze mai intuite

Davvero buffo come tante volte certe cose siano lì davanti ai nostri occhi e non ce ne rendiamo conto! L'ultimo episodio in ordine di tempo per il sottoscritto si è verificato ieri. Stavo cercando tra le mie musicassette quella di Rimmel di De Gregori, che ho originale in virtù del fatto che l'aveva comprata mio padre o mia madre (ora non ricordo). E intanto, come di mio solito, mentalmente canticchiavo la title track. Arrivato al punto in cui dice:

"come quando fuori pioveva e tu mi domandavi"

ho visto per la prima volta il collegamento interno del testo, precisamente con "ancora i tuoi quattro assi, bada bene di un colore solo". Ecco perché i quattro assi! "Come Quando Fuori Piove" altro non è che la popolare formula mnemonica per i semi delle carte! Una raffinatezza indubbia, ma molto scoperta; eppure... La cosa curiosissima è che questo brano lo conosco da più di 10 anni e l'avrò ascoltato centinaia di volte, ma in tutto questo tempo non me ne sono MAI reso conto! E sì che di solito sono abbastanza intuitivo nello "sgamare" riferimenti intertestuali anche ben più nascosti... Strana la mente... La mia, poi... :D
Da una piccola ricerca su internet scopro che - prevedibilmente - qualcuno se ne era già occupato anche in rete, mettendo assieme anche gli altri trivia sull'album.

Monday, May 05, 2008

"Questo è un tuo commento, non lo puoi scrivere..."

Tale fu – come ricorderete – la frase rivoltami a proposito della piccola "libertà" che mi ero preso (leggasi post precedente).
La limitazione, però, pare aver colpito solo me. Il chiamato in causa, cioè Buonanno, ha invece ampio spazio per dire tutto ciò che vuole. Mi riferisco alla prima pagina del Valsesiano di venerdì scorso. In fascia centrale 6 colonne tutte dedicate alla "missione" romana del Nostro. Allego estratto di questa pagina, nonché il frammento della terza con un seguito.

E qui viene il bello. L'articolo 4 col. a sx non è nulla di particolare, di suo va bene; per quanto.. come dire... tutto 'sto spazio. Ma vabbeh! Invece parliamo un po' delle 2 col. a dx. La pseudo-rubrica Appunti romani (con ineffabile sottotitolo... leggetevelo voi che ho troppo pudore per riportarlo) si presenta come un "diario" del neodeputato. Chiunque è pertanto autorizzato a pensare che l'abbia scritto lui; i più maliziosi, tutt'al più, riterranno che abbia già assoldato un portaborse letterato a cui far battere roba da dare alla stampa. E invece no! Mo' vi svelo il bel retroscena. Su ordine del direttore un collega ha telefonato a Buonanno e si è fatto raccontare com'è andata, dopodiché ha scritto lui il pezzo! Incredibile, no? W la deontologia professionale...
Passiamo alla discussione (come per i problemi di analisi matematica). Già il fatto che ci sia un trattamento assai diverso tra me, che dovrei essere un diretto collaboratore del giornale, e il polito di turno... beh, già questo è un fatto indicativo. Sono un cittadino io tanto quanto lo è lui, per cui se io voglio scrivere una cosa, dato che la firmo, la responsabilità è mia. E qui ci colleghiamo al secondo punto. Non bastava questo, evidentemente: l'onorevole ha anche bisogno di un ghost writer d'ufficio! Questo, almeno, è ciò che pensa il direttore del giornale.
Con tutta la premura che potevo avere, mi sono pure interrogato se il pasticciaccio combinatomi a proposito del mio "commento" non fosse una mia paranoia. Sapete com'è, uno magari non approva personalmente l'operato di un politico e allora è portato a vedere il "male" anche dove non c'è. Mi son detto: "Mah, magari non è niente, forse sono io". Ma ora mi pare di aver di fronte un fatto abbastanza inoppugnabile: lo scritto diaristico, spacciato come tale, è un falso storico e giornalistico. E non ho paura nel dire questo. È una scorrettezza giornalistica bella e buona, e desidero che i miei lettori – per quanto siano in numero assai ridotto rispetto a quelli del Valsesiano... – conoscano la realtà delle cose attraverso questa mia denuncia. È giusto che, ogni tanto, si sappia anche qualche retroscena Per cui siete avvisati: se vi capita di vedere la suddetta rubrica, sappiate di che cosa si tratta e regolatevi di conseguenza. Poi, se volete, incazzatevi anche un po'.

Thursday, April 24, 2008

Non vogliamo parlare di "censura"? Bene, parliamo di "tagli"

Quest'oggi devo, ahimè, mettere online una piccola protesta per un fatto che è accaduto e che mi ha visto parte in causa. Mi riferisco a un "taglio" che ho dovuto giocoforza accettare a riguardo di un mio articolo che apparirà domani sul Corriere Valsesiano. Lo scrivo oggi e non domani perché è meglio che si sappia prima.
Avvertenza: quanto segue, per ovvie ragioni, sarà più facilmente comprensibile da parte di chi conosce i personaggi nominati. Mi spiace per gli altri, cercherò di spiegarmi anche con loro.
Descrivo il fatto. Venerdì 18 mi sono recato al Consiglio comunale di Varallo Sesia per fare la cronaca della riunione. La circostanza era anche per l'assemblea un'occasione per fare gli auguri al sindaco Gianluca Buonanno, neoeletto deputato. Buonanno è personaggio conosciuto perché abituato a comportamenti istrionici e sopra le righe anche in contesti ufficiali; dotato di una buona dose di irriverenza, è solito sfogare (di proposito o spontaneamente? boh...) il suo astio contro alcuni esponenti dell'opposizione. In particolare, ce l'ha sempre a morte (così pare) con i tre componenti del gruppo consiliare varallese afferente, grosso modo, all'area del Pd; essi sono, a dire il vero, abbastanza inclini a porgere il destro al sindaco per i suoi attacchi scomposti, forse per un po' di ingenuità politica nel non aver capito tanto bene con chi hanno a che fare. Questo, almeno, è quanto capita normalmente; ma, di solito, pur nel delirio verbale cui il primo cittadino va incontro, non si sfora mai il limite della violenza personale.
Nel Consiglio del 18 scorso, invece, è successa una cosa un po' diversa. Il raggruppamento, per tramite della capogruppo Attilia Fusaro, ha fatto una cosa corretta e molto gentile, esprimendo un sincero augurio di buon lavoro a Buonanno. Il quale sul subito non ha risposto; ci ha pensato un po' e, mentre si discuteva di tutt'altro (una variazione al bilancio), ha dato vita al seguente scambio di battute con la Fusaro e la sua collega Laura Mortara. Riporto a memoria perché non ho registrato nulla; ci tengo a precisare che tutto sarebbe facilmente verificabile riguardando la registrazione audio/video effettuata dall'emittente locale Telemonterosa; quindi – lo dico per i solito sospettosi – non invento nulla.

Buonanno: "Prima, quando mi avete fatto gli auguri, mi sono toccato, non si sa mai..."
Fusaro: "Dato che invece ora è lei che ci sta rispondendo, dovremmo toccarci noi..."
Buonanno: "A te tanto non ti tocca nessuno. Toccati da sola"
Mortara: "Signor sindaco!"
Buonanno: "Sì, professoressa?" (allusione all'impiego della Mortara)
Mortara: "Questa era davvero una battuta di cattivo gusto, dovrebbe evitarsele!"
Buonanno: "Perché, sennò ti metti a piangere?"

Peccato non poter rendere i fatti soprasegmentali, per far capire meglio il tono della conversazione...
A questo punto si poneva per il sottoscritto il problema: come rendere conto di quanto accaduto? I casi sono due: o non si parla per nulla del fatto che si è discusso in Consiglio del mandato parlamentare del sindaco; oppure, volendone parlare, le notizie si devono dare complete. Per rispetto del giornale, tuttavia, non avrei certo potuto riportare letteralmente queste trivialità di basso livello. Dopo lunga riflessione (che ha tenuto conto pure della deprecabile circostanza per la quale c'è gente che gode nell'apprendere questo modo di comportarsi del loro idolo politico...) ho optato per la seguente soluzione.

Dai banchi dell’opposizione, l’indirizzo di saluto è stato pronunciato dalla consigliera Attilia Fusaro, a nome dell’intero suo gruppo: «Ci congratuliamo con il sindaco per l’importante risultato ottenuto e “facciamo il tifo” per lui, affinché esistano e si realizzino ampie possibilità di azione parlamentare. Per ora, comunque, a lui i migliori auguri di buon lavoro». Purtroppo, il sindaco non è sembrato gradire l'intervento, rispondendo in maniera decisamente poco rispettosa a Fusaro e alla collega Laura Mortara.

Peccato che l'ultima frase non sia proprio andata giù al direttore. Per tramite di una collega, mi ha mandato a dire le cose seguenti, che mi permetto di contestare hic et nunc.
1) "Questa cosa tu non la puoi scrivere". E perché no? Mica manco di rispetto a nessuno, né dico una falsità.
2) "Non puoi scrivere un tuo commento". A parte il fatto che nessuna legge me lo vieterebbe; ma comunque non mi sembra di aver espresso un commento così personale: il sindaco è stato poco rispettoso a livello personale di una consigliera, mi pare evidente. Potevo anche scrivere di peggio, a ben vedere: e cioè che il sindaco ha usato violenza verbale nei confronti di una collega all'interno di un contesto pubblico e ufficiale (uno a casa sua o al bar può dire ciò che vuole, ma in Consiglio comunale, suvvia...); questo non dovrebbe provocare solo la mia indignazione, ma quella di tutti. C'è pure l'aggravante che tutto ciò è stato detto in risposta a un messaggio di congratulazioni e auguri; quindi non c'era neppure la "scusante" del discorso polemico. Se poi vogliamo contestare anche l'evidenza...
3) "In alternativa, devi riportare il dialogo così come si è svolto". Se tanto non posso esprimere un mio "commento", tanto vale. Anzi, ripeto: c'è gente, purtroppo, che ci gode a sentire questo genere di cose.
4) "Non è una cosa per parare il culo a Buonanno, che del resto non ne ha bisogno". Gli antichi dicevano excusatio non petita... e forse avevano pure ragione. Tra l'altro, la pagina uscirà con in basso un articoletto con cui si racconta di come La Repubblica abbia prestato attenzione al neodeputato. Però non è per parargli il culo... al signor "azionista di maggioranza" del Valsesiano, sedicente "settimanale indipendente". Di lodi e pubblicità se ne possono fare quante se ne vuole; ma è meglio astenersi, a quanto pare, dall'evidenziare circostanze che potrebbero metterlo in cattiva luce (e non certo inventate o proposte da altri: create da lui stesso!). Non oso immaginare che ne sarebbe di pareri apertamente critici! Parare il culo... figuriamoci! Ora che andrà a Roma (da leghista acquisito, quindi avendo sputato nel piatto in cui mangerà) e avrà a che fare con i giornali nazionali, si dovrà preoccupare di ben altri fatti rispetto a questo...!
Mia risposta a quanto sopra: ho capito perfettamente. La frase incriminata l'ho rimossa, perché non voglio grane. Però qui sul mio blog posso scrivere il cazzo che mi pare, perché sono il direttore editoriale di me stesso: pertanto, mi rivalgo come posso e protesto nei confronti di un fatto che mi ha profondamente contrariato. Sarete poi in cinque o sei a sapere come sono andate le cose, per cui non cambia nulla; ma a me va bene così, mi basta che la cosa non passi integralmente sotto silenzio.

Wednesday, April 16, 2008

"... e quando uno è condannato..."

In risposta alla corretta opinione della Choppa, che invitava a considerare problemi un po' più seri rispetto agli onorari delle commissioni di seggio (e comunque, a scanso di equivoci: le legislature non si buttano via ugualmente, a prescindere dai soldi che si devono spendere per le elzioni. E quelli necessari per l'esercizio di un sacrosanto diritto democratico sono sempre soldi ben spesi...), presento un contributo basato sulle illuminanti inchieste di Travaglio e Gomez. Alziamo un po' il tiro dei problemi politici del nuovo parlamento, parlando dei condannati che vi siederanno. Facciamo qualche esempio?

Massimo Berruti (Pdl): una condanna definitiva a 8 mesi per tangenti alla Guardia di Finanza. Nel suo curriculum figura anche la vicepresidenza della commissione Finanze della Camera. Mi sembra giusto... :@
Giulio Camber (Pdl): condannato in appello a 8 mesi per millantato credito nell'ambito di un'inchiesta su un crack bancario.
Giuseppe Ciarrapico (Pdl): un bel curriculum per questo signore. 5 condanne definitive per truffa (non registrava - fatto molto grave - gli stipendi dei suoi dipendenti sui libri paga), sfruttamento del lavoro minorile, falso in bilancio (quando ancora era reato... :@ ), tangenti varie, concorso nella bancarotta fraudolenta del Banco Ambrosiano.
Marcello De Angelis (Pdl): questo senatore è stato condannato a 5 anni di galera per banda armata e associazione sovversiva, a causa del suo coinvolgimento nel gruppo neofascista Terza posizione.
Marcello Dell'Utri (Pdl): su di lui ci vorrebbe una monografia. Comunque: condanna definitiva per false fatture e frode fiscale; condanna in primo grado e in appello per tentata estorsione a sfondo mafioso; condanna in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Ricordiamo con piacere il suo lapsus di un po' di anni fa: "è chiaro che io, essendo mafioso..."
Giorgio La Malfa (Pdl): ve la ricordate la maxitangente Enimont? Una delle vergogne italiane. Beh, c'era dentro anche lui: scoperto, fu condannato a 2 anni e qualcosa.
Antonio Tomassini (Pdl): questo "galantuomo" è un medico che contraffece un partogramma relativo a una bimba nata cerebrolesa, per nascondere le sue potenziali responsabilità; è stato giustamente condannato a 2 anni per questo reato di estrema gravità, ma nella 14a legislatura (per contrapasso, non so darmi altra ragione) era presidente della commissione Sanità del Senato.
Umberto Bossi (Lega Nord): una bella sfilza di condanne anche per lui. 8 mesi di reclusione per concorso nella maxitangente Enimont; 1 anno per istigazione a delinquere; 1 anno e 4 mesi per vilipendio alla bandiera italiana.
Roberto Maroni (Lega Nord): condannato a 4 mesi per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale (durante una perquisizione a una sede del partito tentò di mordere un poliziotto... ci va già una certa fantasia, complimenti!).
Salvatore Cuffàro (Udc): è storia recente. Il Nostro è finito sotto inchiesta e condannato a 5 anni per una cosuccia da niente: favoreggiamento aggravato a esponenti mafiosi. Per questo è stato praticamente costretto a dimettersi (lui sarebbe rimasto imperturbabile al proprio posto), ma tanto andrà in Parlamento: problema risolto.
Enzo Carra (Pd): l'ex democristiano è finito condannato a 1 anno e 4 mesi per falsa testimonianza. Ancora una volta - guarda caso - a riguardo della tangente Enimont.
Renzo Lusetti (Pd): questa proprio non me l'immaginavo, ma Lusetti ha sulle spalle una condanna mica male. Ha dovuto risarcire circa 1 miliardo e 600 milioni di lire al Comune di Roma per consulenze ingiustificate che assegnò quand'era assessore con Rutelli sindaco.
Andrea Rigoni (Pd): condannato in primo grado per abuso edilizio sull'Isola d'Elba, ha fatto ricorso in appello salvandosi per prescrizione.

E poi ci sono tutti gli inquisiti e pluriinquisiti, i prescritti, quelli che "il fatto non costituisce più reato", quelli salvi grazie a leggi inique e antigiuridiche da loro stessi fatte approvare (vi viene in mente qualcuno? Anche a me...).

Ora.
Sentite un po' questa.
Che cosa se ne può dedurre?
Una cosa molto semplice. Che per sentirci chiaramente esposti dei principi basilari della vita democratica di un paese dobbiamo rivolgerci ai film di don Camillo e dell'onorevole Peppone.
In buona sostanza, avevano ragione loro.
"È chiaro?"

Costi

Domani andrò a riscuotere la paga da scrutatore per le elezioni politiche. 145 euro, non male. Però mi sono chiesto: quanto costerà in tutto l'onorario dei presidenti di seggio e degli scrutatori?
Conto presto fatto:
145 * 5 (4 scrutatori e 1 segretario per seggio) = 725
187 per il presidente
totale 912 euro per ogni sezione
moltiplicato per circa 61.000 sezioni = 55 milioni e mezzo di euro
Non è che una parte delle spese tecniche: manca il materiale, la paga per chi predispone le sale, i soldi per il personale degli uffici elettorali. E anche così è una cifra non indifferente.
Io il suggerimento di non buttare via la legislatura l'ho fatto in tempi non sospetti, eh...
Dei costi dei parlamentari e della mia opinione in merito ne parliamo un'altra volta, va!

Wednesday, April 09, 2008

Intervista a Pollini su Classic Voice

Il numero di aprile di Classic Voice pubblica un'interessante intervista a Maurizio Pollini in occasione dell'anniversario del 1968. Il colloquio (con Sandro Cappelletto) è davvero illuminante su molti aspetti: c'è modo di riflettere su un passato che ha visto anche Pollini (a suo modo) protagonista attivo, nonché su un presente sempre più difficile da recepire e interpretare. Indicativo è il fatto che per farci spiegare qualcosa sulla storia del nostro paese e della società contemporanea dobbiamo rivolgerci a uno dei massimi pianisti attualmente in attività, che non ha certo problemi a parlare di questi argomenti, ma sicuramente preferirebbe suonare... Peccato che attualmente le persone preposte a spiegare storia e società siano – salvo eccezioni – scorrette o latitanti... Ben venga perciò l'autorevole "supplenza" di Pollini!

Esercizi di memoria
Ieri una grande tensione volta al rinnovamento, "che però poteva essere maggiore". Oggi il declino. Ma anche la necessità di ricordare. Parola di Maurizio Pollini, protagonista a modo suo di una stagione rivoluzionaria. Anche musicalmente.

"Contatti diretti pochi, in verità. Non ricordo che il Movimento studentesco, a Milano come nelle altre città, dedicasse molta attenzione alla nostra musica". Nel 1968 Maurizio Pollini, milanese, aveva ventisei anni, da otto aveva vinto il concorso Chopin di Varsavia; con calma, senza ansie di affermazione immediata, la sua carriera era già iniziata. Anche se assemblee studentesche ne frequentava poche, il suo modo di abitare la musica cominciava a delinearsi con evidenza. Adesso, due generazioni dopo, in un pomeriggio senza fretta, interrompendo lo studio per accogliere l'ospite, il pianista milanese accetta di conversare su quegli anni e su quegli argomenti.
"Il problema non è se ogni artista debba avere anche un impegno politico: posta la domanda in questi termini, la risposta è ovviamente no. Ma credo che ogni uomo dovrebbe essere consapevole del contesto politico nel quale vive e prendere le sue posizioni".
Molti artisti presero e prendono posizione. Naturalmente non in modo meccanico, né tanto meno ortodosso rispetto a qualche preciso programma politico, come invece i politici spesso vorrebbero. Un caso evidente è Beethoven, l'intenso rapporto che ha avuto con la cultura e la politica del suo tempo.
"In ogni genio deve esserci una componente rivoluzionaria. In Beethoven è evidentissima, come conseguenza dell'Illuminismo, della Rivoluzione francese e delle speranze straordinarie che esistevano in quel tempo. Di un profondo senso di gioia, del resto presente anche in Haydn e Mozart".
E adesso? Quarant'anni dopo il 1968, come fa, come può un ragazzo che abbia i vent'anni che lui aveva allora conservare dentro di sé, sentire vivi questi sentimenti di speranza e di gioia?
"Oggi i giovani dovrebbero essere molto più informati sulle vicende del recente passato del nostro paese. Esercitare la memoria, capire per poi eventualmente opporsi".
Opporsi a che cosa?
"All'identificazione. Alla convinzione che non sia possibile un'organizzazione economica diversa da quella in cui stiamo vivendo. Alla vittoria definitiva del culto del denaro e dell'apparente efficienza capitalista. Alla perdita della fantasia, dell'utopia e dunque anche della speranza. Ma nella storia non vi è nulla di definitivo ed è prerogativa dei giovani immaginare il cambiamento".
Quale il debito maggiore verso quegli anni?
"La necessità che si avvertiva di pensare in modo autonomo. Di non prendere le certezze dei genitori come verità sicure una volta per tutte, di elaborare una visione autonoma del mondo. Un'attitudine molto legata alle esperienze artistiche di allora. Pur con tutti i riflussi che si sono susseguiti, questo cambio di mentalità è rimasto radicato nella società".
Aveva un suo idolo?
"Bertrand Russell, una figura oggi quasi dimenticata. Ci ha insegnato la libertà del pensiero, in una concezione democratica della società che lo metteva in collisione con l'ideologia marxista. Ha creato il Tribunale Russell contro i crimini di guerra dell'imperialismo americano. Poi, abbiamo purtroppo scoperto l'esistenza di molte altre realtà che avevano questo carattere oppressivo".
Quando è finito, in Italia, lo spirito del '68?
"Con il delitto Moro, nel 1978. Trent'anni fa. Enrico Berlinguer aveva visto giusto con la sua ipotesi del compromesso storico come unica forma di governo possibile in Italia. Un progetto ucciso dalla morte di Moro. E non dobbiamo stancarci di ripetere che rispetto a quel delitto, come verso altre stragi, prima di tutto quella della stazione di Bologna, non conosciamo ancora l'intera verità.
Nel campo della creazione musicale, quali sono stati gli esiti più notevoli?
"Sono stati molti i compositori italiani, penso naturalmente a Luigi Nono e Luciano Berio, che hanno portato avanti uno straordinario rinnovamento del linguaggio, con libertà rispetto agli schemi accademici, con una mentalità più aperta. Hanno cominciato, come all'estero Boulez e Stockhausen, a creare opere prima impensabili. Si stava affermando una visione del mondo completamente nuova e il rinnovamento artistico, come sempre succede, ha preceduto quello politico".
Il Sessantotto ha avuto una forte componente internazionalista. Tra i compositori italiani, particolarmente evidente in Luigi Nono, che in Como una ola de fuerza y luz e nella Floresta è jovem e chea de vida si ispira a testi di poeti e rivoluzionari americani e africani.
"È stato grazie alla Floresta, eseguita in prima alla Biennale Musica del 1966, che mi sono avvicinato alla musica di Luigi Nono. Ne fui molto impressionato, gli chiesi se non avesse il desiderio di scrivere qualcosa per pianoforte. Vennero poi Como una ola e ... sofferte onde serene... Tra noi si è poi sviluppata anche una profonda amicizia. Ma a dire la verità di politica parlavamo poco".
Nascono in quegli anni, anche alla Scala, i "Concerti per lavoratori e studenti". Ed è grazie a queste iniziative che anche il giovane Sergio Cofferati, allora operaio alla Pirelli, si avvicina alla musica, al melodramma. Prende avvio l'esperienza di "Musica e realtà" a Reggio Emilia. Alcuni interpreti manifestano concreta solidarietà verso le lotte operaie: lei suona l'Imperatore di Beethoven nei capannoni dell'Ansaldo di Genova, durante l'occupazione. Qualche operaio ricorda ancora quanta attenzione avesse per ottenere, in quelle condizioni, la migliore resa del suono...
"Si avvertiva l'urgenza di incontrare un pubblico nuovo, diverso. E di rendersi disponibili. C'è stato davvero molto entusiasmo".
Finito tutto?
"Settembre Musica, a Torino, nato per iniziativa di Giorgio Balmas, prosegue ancora una politica più aperta verso il pubblico. Indubbiamente quelle esperienze alla Scala, con Paolo Grassi, Claudio Abbado, il coinvolgimento dei consigli di fabbrica di tanti lavoratori che scoprivano il 'grande' teatro, hanno prodotto qualcosa di nuovo, che non poteva però proseguire senza un'adeguata evoluzione. Il rinnovamento poteva essere maggiore".
La musica, il suono dominante in quegli anni, è stato il rock. Vennero scritte anche molte "canzoni impegnate", alcune destinate a vita breve, altre così pregnanti da diventare delle voci e delle memorie condivise e credibili. Ma soprattutto si è affermata allora la persuasione che tra i generi musicali esiste una pari dignità culturale.
"Certo: non esiste materiale che non si possa utilizzare musicalmente. Poi, dipende dagli esiti artistici che si raggiungono. Lo spartiacque l'ha segnato Beethoven, ribadendo l'autonomia della ricerca del compositore rispetto alle esigenze e alle attese del mercato".
Altre differenze tra i generi?
"Una è decisiva e consiste nel tipo di ascolto. Il consumismo, nel campo musicale, ci induce a un ascolto passivo, indifferente, da sottofondo".
Pierre Boulez ammirava Frank Zappa, Luciano Berio si è interessato, e ha scritto un saggio, sulla musica rock, separando il grano dal loglio.
"Ma questo accadeva tempo fa! Oggi, salvo casi che non conosco, c'è un degrado fortissimo della musica leggera, un livello spaventoso di banalità. Se pensiamo al jazz degli anni d'oro, prevalgono una sconfortante povertà, l'assenza di immaginazione musicale. Anche per questo è così importante offrire ai giovani possibilità di ascolto più specifiche e intelligenti.
Milano, 12 dicembre 1969, strage di piazza Fontana. Era lì?
"Sono corso in piazza del Duomo, la reazione democratica della folla, la quantità e la determinazione di tutte quelle persone mi hanno fatto sentire che non ci sarebbe stata una svolta autoritaria. Però abbiamo rischiato un colpo di stato fascista, per allineare l'Italia alle dittature dei colonnelli greci, di Franco in Spagna, di Salazar in Portogallo".
La scena internazionale. La guerra nel Vietnam, i bombardamenti statunitensi sul nord del paese, i defolianti, le bombe al napalm, l'invocazione di Paolo VI perché cessassero. E il suo discorso alla Società del Quartetto...
"No, non riuscii nemmeno a parlare. Giunto alla quinta o sesta parola, appena pronunciato il nome 'Vietnam', si scatenò dalla platea come un'ondata di protesta. Nella mia ingenuità, ero convinto che avrei potuto leggere fino in fondo quella dichiarazione, firmata da tanti musicisti italiani. Il concerto poi non ebbe luogo".
Milano è la sua città da sempre. Molto cambiata oggi da allora.
"Milano è cambiata da quando il Partito socialista ha finito di avere la sua influenza in città, travolto da Mani Pulite. Un'iniziativa ottima, intendiamoci, ma che nei fatti ha creato un vuoto politico riempito da figure e modalità opposte".
Nel '68 il nemico erano il padrone e la sua fabbrica, l'imperialismo, la cultura borghese. Oggi?
"La caduta del muro di Berlino, lo sgretolamento dei paesi socialisti sembra aver fatto perdere ogni speranza, anche quelle mal riposte, per una organizzazione economica diversa da quella in cui viviamo".
Non ci sono più speranze, non esistono più nemmeno pericoli?
Uno è enorme: il vuoto di memoria. Se il livello di vita in Europa continua a essere molto più disteso che in altre parti del mondo, molto è dovuto alle conquiste sociali del dopoguerra, fino agli anni Ottanta. Oggi c'è troppa enfasi sulle virtù del mercato, e invece non c'è abbastanza coscienza di quanto la nostra vita democratica deve allo stato sociale, di quale pericolo rappresenti la precarietà. Quelle conquiste non vanno dimenticate: si può modernizzare lo stato sociale, ma non mutarne la sostanza".
Sono passate due ore, il maestro ha voglia di riprendere a suonare, a studiare: la sua disciplina, da sempre. Accompagna l'ospite alla porta; poi, sulla soglia, prima del congedo: "Sa qual è il vero rischio? Il PIL sarà sempre più alto, ma noi saremo tutti morti!".

Thursday, April 03, 2008

Irpef

Su un manifesto di Cgil-Cisl-Uil affisso a Trivero (BI) è comparsa la seguente locuzione:

RIDUZIONE DELL'AUMENTO DELL'ADDIZIONALE

Ok, dato il titolo che ho messo è chiaro di che si tratta. Presa per conto proprio invece, denota una certa circonvoluzione mentale. C'è confusione, amici... :D

Monday, March 31, 2008

Ci sono ancora

Faccio un post dopo un bel po' di mesi di assenza. Non che nel periodo non collegato non sia successo nulla (e scusate le quattro negazioni), però non avevo nulla da scrivere; e questo nonostante la mia vita alquanto scombinata avrebbe potuto dare (proprio in virtù dello scombinamento...) qualche spunto interessante.
La domanda a questo punto è: avrò ancora qualche cosa da scrivere qui sopra? Eppure questo blog non era partito male, e del resto era proseguito discretamente, mi pare. Ma quando non si ha nulla da dire, è giusto scrivere per forza?
Per il momento, mi faccio risentire. Magari sarà di buon auspicio. Se poi sarà il caso di raccontarvi qualche fatto o esporvi qualche personalissimo pensiero, sarà mia cura farlo tempestivamente. Ma non posso garantire nulla.
Un pensiero a tutti voi, diletti lettori! ;)

Lo'

Wednesday, November 21, 2007

Gente di un certo livello

Tempo fa avevo parlato di In France they kiss on main street di Joni Mitchell. Ho recentemente ascoltato il disco da cui è tratta, The hissing of summer lawns (1975). E guardando la voce di Wikipedia in inglese ho notato che turnisti di lusso ella si portava in studio quando doveva registrare! Solo sulla mia traccia preferita appaiono James Taylor e Crosby e Nash come background vocals e Robben Ford alla chitarra. Poi Larry Carlton e Jeff Baxter alle chitarre, nonché l'attivissimo Joe Sample dei Crusaders.
Il risultato, detto per inciso, non è affatto male. Anzi! Disco da avere, decisamente. Difficile anche trovargli un'etichetta: la diffusa proposta di definirlo folk jazz sperimentale lascia, a mio modesto avviso, un po' il tempo che trova... :D Brani consigliatissimi: Edith and the kingpin, la title track, poi direi anche Harry's house con il divertente intermezzo jazz blues Centerpiece, concludendo con la spettacolare Shadows and light: quattro minuti di sovraincisioni vocali di Joni, arricchite da uno dei primi synth strings, l'ARP String Machine. Tutto fatto da lei, ovviamente.
Buon divertimento... ;) :D

Saturday, November 17, 2007

Cambio pc

Dopo lunga e attenta riflessione, ho cambiato il pc di casa. Il vecchio Pentium II (!!!) del '98 o '99 ha decisamente fatto il suo tempo (era già di bassa gamma all'epoca...).
Ecco qui:
Scusate lo straccetto già pronto in posizione tattica, nonché il casino che alberga sulla mia scrivania... Ah, l'unità floppy "stacca" un po' come colore: l'ho cannibalizzata dal Pentium II di cui sopra. L'estetica mi interessa fino a un certo punto...
Specifiche tecniche: Intel Core 2 Duo E6300 (1,86 MHz X 2), motherboard Gigabyte GA-965P-DS3, 2 GB RAM DDR2 800, HD 160 GB SATA, sch. video ATI X1950 Pro 256 MB, mast. DVD.
Boh. Spero che anche alla famiglia vada bene. Beh, si adatteranno... :o
In conclusione, due foto tributo al glorioso pc precedente già due volte menzionato in questo post. Lo vedete smontato con i due hard disk in posizione quantomeno inusuale: sto difatti procedendo al trasferimento dati. Se a qualcuno interessa, lo posso rimontare e vendere a prezzo simbolico... :)

Tuesday, November 06, 2007

In morte di E. B.


Con vivo rammarico e anche un po' di commozione (cosa che mi capita di rado) ho appreso stamattina la notizia della morte di Enzo Biagi (1920-2007). Non è necessario che io spieghi chi sia il suddetto. Mi basta affermare una volta di più la mia ammirazione per un vero, serio e competente professionista dell'informazione. E ciò vale anche nei casi in cui non ci si trovasse d'accordo con le opinioni da lui, a buon diritto e con cognizione di causa, espresse. Sarà utile ricordare i suoi insegnamenti (impliciti, dato che non amava "fare lezione", ma proprio per questo, forse, ancora più efficaci) e, ora che non c'è più, tenerlo sempre ben presente.
Io non mi sento di scrivere altro. Riporto qui di seguito un breve ringraziamento che lui stesso fece alla festa per i suoi 80 anni. L'ho risentito oggi al TG1 e mi è piaciuto tantissimo.

Forse è arrivata la stagione in cui la mattina si va a leggere i necrologi, poi controlli e dici: beh, oggi non ci sono! Perché la vita passa così in fretta... Un montanaro del mio paese diceva - non era un filosofo -: la vita è affacciarsi alla finestra. Ci affacciamo tutti, passa, corre e qualcosa rimane. Chiuderò con una battuta di un vecchio film di un regista che io amo molto, Bergman: "Lo spettacolo è finito e i suonatori se ne vanno". Grazie.

Vi invito inoltre, se vi interessa, a visionare questo documento: la consegna della laurea honoris causa al buon vecchio Enzo all'Università di Modena e di Reggio Emilia. Saltate pure alla lectio magistralis, dove da bravo 86enne dà lezioni di simpatica ironia, di comunicazione e, in generale, di vita. Memorabile la piccola gaffe su Modena e Reggio Emilia! Nonché: "Vi prego di considerarmi un vostro contemporaneo. Perché: egli ha fatto, egli ha detto... uno si sente un po' celebrato... Invece respiro quasi regolarmente".

:D ma con lacrimuccia; oppure :( con il sorriso.

Sunday, November 04, 2007

El angulo perfecto

Per coloro che non l'avessero ancora vista... godetevi la presentazione PowerPoint che mia sorella mi ha passato (solite catene email) e che ho per voi prontamente uploadato (bei neologismi... :$ ).
Che lavori... ci sarà stato uno studio non da poco! :D :p

Saturday, October 27, 2007

Il diavolo nella bottiglia

Da un curioso libro del professore universitario torinese Maurizio Ferraris (Dove sei? Ontologia del telefonino, Milano, Bompiani, 2005) estrapolo l'intermezzo tra le sue due parti. La storia di Stevenson non mi era ancora nota, ma quello è il meno: è interessante la considerazione a margine sullo stato della filosofia. Non sono molto ferrato in materia, ma mi è sembrata meritevole. La riporto pertanto qui a seguire; nella mia edizione (Il Sole 24 Ore, 2007) si trova alle pp. 209-210.

Il diavolo nella bottiglia

Spegniamo il telefonino e leggiamo una storia. È di Robert Louis Stevenso, quello dell'Isola del tesoro, ma il racconto, angoscioso, è un altro, Il diavolo nella bottiglia. Narra le peripezie di una bottiglia magica, con dentro il diavolo, capace di dare ogni bene del mondo a chi ne fosse il proprietario, a condizione che costui gli vendesse l'anima. Rispetto a patti faustiani di questo genere, tuttavia, la bottiglia offriva una via d'uscita. Bastava che a un certo punto, ottenuti i risultati, il proprietario vendesse la bottiglia e il gioco era fatto: se la sarebbe dovuta vedere il nuovo acquirente. Tutto a posto? Fino a un certo punto. Perché la bottiglia andava rivenduta alla metà del prezzo di acquisto. All'inizio, era facilissimo. Ancora ai tempi di Napoleone, che grazie alla bottiglia aveva avuto tutto quello che ha avuto, tranne disfarsene forse troppo precipitosamente, la bottiglia valeva una fortuna. Ma, dai e dai, alla fine valeva soltanto, poniamo, un Euro.
A questo punto le chances di rivenderla si riducono a due: 50 cent, 25 cent e poi finisce lì, perché non ci sono monete da 0,50 cent. Chi compra la bottiglia è avvisato. L'unica possibilità di disfarsene è di trovare prima un tonto e poi un masochista votato alla perdizione eterna.
Qualcosa del genere è successo nella filosofia degli ultimi decenni. Diciamo che chi ha proclamato che "il mondo vero è diventato una favola", cioè che la verità vera ce l'ha solo la scienza, o che neanche la scienza è vera e bisogna darsi alla fantasia, si è comprato la bottiglia per un Euro. Applaudito e riverito in vita, negli ultimi giorni si è posto il problema del dopo, e a questo punto ha trovato qualcuno, il tonto, che gliel'ha comprata per 50 cent. Questi, sparandola ancora più grossa, ha sostenuto che la verità non esiste. Grande effetto e grande commozione, anche perché la verità può far male o risultare spiacevole. E dunque anche qui banchetti e plausi e convegni, sino al momento in cui, di nuovo, il negatore della verità si è posto il problema del salvarsi l'anima. Doveva, per sua disgrazia, trovare qualcuno che fosse del tutto masochista, perché anche un tonto sa che non c'è una moneta divisionaria per i 25 cent. Incredibile ma vero, lo trovò: era chi sosteneva che non ci sono fatti, solo interpretazioni.
Io non so poi come se l'è cavata l'ultimo, cioè se sia riuscito a convincere il diavolo del fatto che non ci sono fatti, ma solo interpretazioni, e che dunque il patto non sussisteva. Non lo so, davvero. Ma forse qualcosa possiamo imparare da tutta questa storia: non è vero che il mondo è a nostra disposizione, non è vero che è una semplice rappresentazione nella testa di soggetti. [...]


P. S.: ho cominciato a leggere Vedo Satana cadere come la folgore di Girard e sto documentandomi sull'autore. Seguiranno aggiornamenti.

Friday, October 26, 2007

L'avversario

Vorrei proporre ai miei carissimi lettori un brano dal libro L'avversario di Emmanuel Carrère (Torino, Editrice La Stampa, 2006; su licenza della Giulio Einaudi Editore), che in un paio di occasioni ho nominato su queste pagine. Il volume si occupa della figura di Jean-Claude Romand, il pluriomicida francese che il 9 gennaio 1993 sterminò la propria famiglia: la moglie, i due figli piccoli, gli anziani genitori. Il suo caso è particolarissimo poiché Romand per 18 anni ha falsificato la propria stessa esistenza, costruendo un'immagine fittizia da offrire al mondo. Completamente falsa: dice di essere un medico dell'Organizzazione Mondiale della Sanità ma non si è neppure laureato; asserisce di doversi assentare per lavori e conferenze ma non fa altro che perdere tempo negli hotel o per i boschi; vanta un reddito da alto dirigente ma la sua abilità è stata soltanto quella di circuire parenti e amici per farsi affidare i loro soldi "da investire" (diceva lui). Per 18 anni. Finché la vita non gli ha presentato il conto; e pur di non pagarlo ha preferito distruggere ogni appiglio con la realtà esterna (la propria famiglia) e tentare il suicidio, non riuscendovi (e alcuni sostengono che abbia addirittura fatto deliberatamente in modo di non morire nell'incendio appiccato alla propria abitazione). La pazzia di Romand porta dunque a interrogarsi sugli abissi in cui la bugia può far precipitare potenzialmente ogni uomo: un solo momento di debolezza - questo la storia di Romand sembra suggerire - può essere fatale, creando una catena di menzogne una dentro l'altra. E va da sé che le successive devono essere sempre più grosse. Se normalmente la psiche riesce a contenere tale spinta, in soggetti patologici essa può rivelarsi devastante.
Vi è anche un secondo aspetto, che è precisamente quello che ha ispirato Carrère nella scelta del titolo. "Avversario" è appellativo biblico per Satana, detentore della falsità per eccellenza e capace unicamente di azioni false: esattamente come Romand. Per il pluriomicida, esattamente come per il diavolo, la menzogna è l'atteggiamento normale di vita: da qui l'identificazione simbolica scelta dall'autore. Anche il suo ostentato pentimento, di cui si parla verso la fine del libro, rientra in una strategia veramente demoniaca: Romand, pensa Carrère, riesce ad essere convincente anche in questa sua ultima interpretazione, procurandosi le stime dei suoi assistenti spirituali. In realtà è solo una mimesi o, se si preferisce un termine più moderno e "procedurale", un depistaggio: insomma, l'anticristo che si traveste da "buono". Ma, come sappiamo, Satana è destinato a soccombere "come la folgore" (Lc 10,18: "Egli [Gesù] disse: 'Io vedevo Satana cadere come la folgore' "; c'è anche un libro di Renè Girard che parafrasa questo detto: non l'ho ancora letto, ma mi ci metterò). Così anche Romand è cosciente che la sua folgorazione è vicina: l'ultimo brano che ho riportato più sotto descrive esattamente questa scena.
Rimandandovi alla lettura del libro, ricordo che c'è anche un film (sempre dal titolo L'avversario, con Daniel Auteuil, regia di Nicole Garcia), fatto molto bene e molto rispettoso della storia, rispetto alla quale vengono omessi soltanto un paio di dettagli. Inoltre, vi è un sito in francese sul caso Romand, contenente i termini essenziali della vicenda e una buona rassegna stampa. Dal canto mio, non mi resta che riportare due-tre brani dal libro di Carrère. Scuserete la scelta di particolare drammaticità, ma tant'è: mi sembrano quelli che più nitidamente illustrano la mostruosità del personaggio. Sono passi molto toccanti, a mio parere; quindi, stateci attenti.

Stava per chiudersi il capitolo della sua infanzia, quando Abad, il suo avvocato, gli ha chiesto: "È vero che a quei tempi, se provava una gioia o un dolore, il suo unico confidente era il cane?". Romand ha aperto la bocca. Ci aspettavamo una risposta banale, pronunciata con quel tono ragionevole e insieme lamentoso a cui cominciavamo ad abituarci. Ma non è uscito alcun suono. Ha vacillato. Ha cominciato a tremare piano, poi forte, dalla testa ai piedi, mentre dalla bocca gli sfuggiva una specie di cantilena disarticolata. Persino la madre di Florence ha girato lo sguardo verso di lui. Allora si è gettato a terra emettendo un gemito da far gelare il sangue. L'abbiamo sentito sbattere la testa contro il pavimento, abbiamo visto le sue gambe sferzare l'aria sopra la gabbia. Gli agenti attorno a lui hanno fatto del loro meglio per dominare quel moto convulso, poi l'hanno portato via, il grande corpo ossuto ancora scosso da gemiti e sussulti.
Ho scritto "da far gelare il sangue". Ho capito quel giorno quanta verità ci sia sotto tante frasi fatte: dopo la sua uscita si è davvero abbattuto sulla sala "un silenzio di tomba", finché il presidente, con voce incerta, ha dichiarato l'udienza sospesa per un'ora. La gente ha cominciato a parlare, a cercar d'interpretare quell'episodio solo dopo essere uscita dall'aula. Alcuni vedevano in quella crisi finalmente un segno di emozione, dopo tutto il distacco ostentato fino a quel momento. Altri giudicavano mostruoso il fatto che fosse stato il ricordo di un cane a suscitare una simile reazione in un uomo che aveva ucciso i propri figli. Altri ancora si chiedevano se non stesse fingendo. Nonostante in teoria avessi smesso di fumare, ho scroccato una sigaretta a un vecchio vignettista con la barba bianca e la coda di cavallo. "Ha capito - mi ha chiesto - dove vuole andare a parare l'avvocato?". Io non ne avevo la più pallida idea. "Vuole farlo crollare. Si rende conto che manca il sentimento, che il pubblico lo trova freddo, per questo vuole mostrare il suo punto debole. Ma non si rende conto di quanto sia pericoloso. Dia retta a me, sono quarant'anni che bazzico per tutti i tribunali francesi con la mia cartella da disegno, ormai ci ho fatto l'occhio. Questo individuo è
gravemente malato, è stata una follia da parte degli psichiatri lasciargli affrontare il processo. Si controlla, controlla ogni cosa, è l'unico modo che ha per riuscire a reggere, ma se qualcuno si mette a punzecchiarlo dove non può più controllarsi, andrà in mille pezzi, così, davanti a tutti, e le assicuro che sarà uno spettacolo spaventoso. Credono di trovarsi davanti a un uomo, ma quello non è più un uomo, non lo è più da una vita. È come un buco nero, e vedrà che ci esploderà in faccia. La gente non sa cosa sia la pazzia. È terribile. È la cosa più terribile che ci sia al mondo" (pp. 35-37)

- Dopo aver ucciso Florence, sapevo che avrei ucciso anche Antoine e Caroline, quei minuti davanti alla televisione erano gli ultimi che avremmo passato insieme. Me li sono coccolati. Devo aver sussurrato parole dolci, come: "Vi voglio bene". Lo facevo spesso e spesso loro mi rispondevano con dei disegni. Persino Antoine che andava ancora all'asilo sapeva scrivere "Ti voglio bene".
Un lunghissimo silenzio. Con voce alterata, il presidente ha proposto una sospensione di cinque minuti, ma lui ha scosso la testa, ha deglutito e poi ha continuato:
- Saremo rimasti così più o meno mezz'ora... Caroline si è accorta che avevo freddo e si è offerta di salire a prendermi la vestaglia. Io ho detto che mi sembrava che fossero loro un po' caldi, forse avevano la febbre, era meglio misurarla. Caroline è salita con me, l'ho fatta stendere sul letto... Sono andato a prendere la carabina...
La scena del cane si è ripetuta. Ha iniziato a tremare, il suo corpo si è accasciato. Si è buttato per terra. Non lo vedevamo più, gli agenti erano chini su di lui. Con una voce acuta da bambino si è messo a gemere: "Il mio papà! Il mio papà!". Una donna del pubblico è corsa verso la gabbia e ha cominciato a battere il vetro supplicandolo come una madre: "Jean-Claude! Jean-Claude!". Nessuno ha avuto il coraggio di allontanarla.
- Che cosa ha detto a Caroline? - ha proseguito il presidente dopo mezz'ora di sospensione.
- Non me lo ricordo... Era stesa a pancia in giù... E io ho sparato.
- Coraggio...
- L'ho già raccontato diverse volte al giudice istruttore, ma adesso... adesso
loro sono qui (singhiozzi). Ho sparato un primo colpo contro Caroline... aveva un cuscino sulla testa... devo aver finto che fosse un gioco... (geme, a occhi chiusi). Ho sparato... ho posato la carabina da qualche parte in camera... ho chiamato Antoine... e ho sparato di nuovo.
- Forse sarà il caso che l'aiuti un po', perché i giurati hanno bisogno di particolari e lei non è abbastanza preciso.
- ... Quando è nata Caroline, è stato il giorno più bello della mia vita... Era bella... (gemito)... fra le mie braccia... per il primo bagnetto... (spasmo). E l'ho uccisa io... L'ho uccisa io...
(Gli agenti lo tengono per le braccia, con una sollecitudine sgomenta).
(pp. 112-113)

Mentre Romand al processo descriveva gli omicidi, lei non aveva smesso un momento di pensare alle ricostruzioni, avvenute nel dicembre del 1994. Una prova altrettanto terribile per lui, a cui aveva temuto che non sopravvivesse. A Prévessin, lui inizialmente si era rifiutato di scendere dalla camionetta della polizia. Alla fine era entrato in casa, salendo anche al primo piano. Quando stava per varcare la porta della sua camera, aveva pensato che sarebbe accaduto qualcosa di soprannaturale: forse sarebbe stato fulminato sul posto.
Non è riuscito a ripetere i gesti descritti nelle sue dichiarazioni. Un agente si è steso sul letto e un altro, armato di un mattarello, ha finto di colpirlo in diverse posizioni. Lui suggeriva e correggeva, quasi come un regista. Avevo visto le fotografie di quelle ricostruzioni, sinistre e al tempo stesso grottesche. Poi si sono spostati nella camera dei bambini. Lì, su quel che restava dei letti, avevano posato due piccoli manichini con indosso dei pigiami comprati per l'occasione, gli scontrini figurano nel fascicolo delle indagini. Il giudice ha voluto fargli imbracciare la carabina ma lui non ce l'ha fatta: è svenuto. Ha trascorso il resto della giornata seduto su una poltrona del pianterreno, mentre un poliziotto recitava la sua parte. Il primo piano era stato devastato dall'incendio, ma il salotto era esattamente come l'aveva trovato la domenica mattina tornando da Parigi. C'erano perfino i disegni dei bambini e le ciambelle dell'Epifania. Il giudice ha dato l'ordine di mettere sotto sigilli la cassetta inserita nel videoregistratore e quella della segreteria telefonica, che gli ha fatto ascoltare qualche giorno più tardi.
È stato allora che la folgore gli è caduta addosso. Il primo messaggio risaliva all'estate precedente. La voce di Florence, piena di allegria e tenerezza, diceva: "Ehilà, siamo noi, siamo arrivati, aspettiamo che tu ci raggiunga, sii prudente lungo la strada, ti vogliamo bene". E Antoine dietro di lei: "Bacioni, papà, ti voglio tanto bene, tanto, tanto, tanto, vieni presto". Il giudice che lo guardava ascoltare, ascoltando a sua volta, si è messo a piangere. E lui, da quel momento, non ha più smesso di sentire il messaggio. Continuava a ripetere quelle parole che gli dilaniavano il cuore e insieme lo consolavano. Sono arrivati. Mi aspettano. Mi vogliono bene. Devo essere prudente lungo la strada che mi porta da loro. (pp. 133-134)

Sunday, October 21, 2007

L'onere della prova alla rovescia

Con L'Unità è in edicola il terzo volume della raccolta dedicata a Marco Travaglio. Dopo il volume sull'origine delle ricchezze berlusconiane e l'interessante Montanelli e il Cavaliere, ecco ora Bananas. Un anno di cronache tragicomiche dallo stato semilibero di Berlusconia. Si tratta di una raccolta di commenti del nostro Travaglio sull'Unità tra 2002 e 2003. Ho appena cominciato a leggerlo e, ovviamente, mi ha subito "preso"; questo tenuto conto che, sulla scorta del parere di Chiaberge del Sole 24 Ore e come già credo di essermi espresso almeno a voce con qualcuno di voi, Travaglio è uno dei maghi della documentazione scritta, evidenziando invece forti carenze nella "prova orale". Tradotto: invece che presenziare a certi programmi e a fare affermazioni magari anche condivisibili ma altrettanto non documentate, meglio farebbe a tenere ben oliato il meccanismo svizzero del suo ormai leggendario archivio. Questo lo dico da (ex?) filologo.
Comunque vi riporto un bel corsivo di M. T. del 17/9/2002, anche più caustico del solito. Ma, direi, a buon diritto: è utile per capire dove e come siamo stati non troppo tempo fa e in quali abissi, ahimè, a intervalli regolari andiamo sempre a infilarci per poi cercare faticosamente di uscirne. Mi preme sottolineare, infine, che è anche un eccellente esempio di scrittura giornalistica; leggere per credere e per apprezzare le numerose finezze.


C'è del Castelli in Danimarca
(Polemiche sulla grande manifestazione del 14 settembre contro la legge Cirami. Proteste dei detenuti nelle carceri per sollecitare l'indulto)

Il cosiddetto ministro della Giustizia Roberto Castelli, tutto giulivo per la sua trovata sulla sinistra che fomenta i "moti di piazza" e la rivolta nelle carceri, insiste: "Sono cosciente - dice in tournée a Copenhaghen - della gravità delle mie affermazioni. Ma la sinistra dimostri che quanto ho detto non è vero". Già è sorprendente scoprire che Castelli è cosciente di qualcosa. E fa tenerezza sentir parlare nel 2002 di "moti di piazza", espressione che non si ascoltava dai tempi di Bava Beccaris. Ora manca soltanto la "radunata sediziosa". Ma la vera notizia è un'altra: il noto giureconsulto padano ha scelto la Danimarca per lanciare la Nuova Frontiera del garantismo all'italiana: l'onere della prova alla rovescia. Uno scarica sull'avversario la prima accusa che gli passa per la testa. E se l'altro non porta le prove della propria innocenza entro cinque minuti, allora vuol dire che è stato lui. Con tutti gli amici e i clienti che hanno in carcere quelli del Polo, è perlomeno singolare che l'ingegner Castelli attribuisca le rivolte ad altri. Ma lui è un garantista doc, e se i detenuti non gradiscono i "grand hotel" nei quali sono generosamente ospitati, dev'esserci lo zampino di Pietro Folena o di Paolo Cento. La scuola è quella dell'avvocato Taormina, che addita i vicini di casa per il delitto di Cogne, poi avverte che gli mancano ancora le prove, ma non importa: prima o poi salteranno fuori. Intanto questi signori valdostani spieghino perché hanno scelto di abitare proprio lì.
Ora alcuni esponenti dell'Ulivo chiedono, come per Taormina, la testa di Castelli. Il problema è trovarla.

Friday, October 12, 2007

Tomorrow in the battle think of me

[...] Il malessere di Marta mi stava facendo pensare cose sinistre, e sebbene respirassi e mi sentissi meglio sulla porta della stanza del bambino, a guardare gli aerei nel buio e a ricordare vagamente il mio passato remoto, pensai che ormai sarei dovuto tornare di là da lei, per vedere come stava o per cercare di aiutarla, forse spogliarla del tutto ma soltanto per metterla a letto e coprirla e assecondare il sonno che con un po' di fortuna poteva averla sopraffatta durante la mia breve assenza, e poi me ne sarei andato.
Ma non è stato così. Quando sono entrato di nuovo ha sollevato lo sguardo e con gli occhi socchiusi e appannati mi ha guardato dalla sua posizione contratta e immobile, l'unico cambiamento consisteva nel fatto che adesso copriva la sua nudità con le braccia come se sentisse vergogna o freddo. "Vuoi infilarti nel letto? Così prenderai freddo", le ho detto. "No, non muovermi, per favore, non muovermi di un millimetro", ha detto, e poi ha aggiunto subito dopo: "Dov'eri?" "Sono andato in bagno. Non ti passa, bisogna fare qualcosa, chiamo un'ambulanza". Ma lei non voleva essere spostata né disturbata né distolta ("No, non fare ancora niente, non fare niente, aspetta") né di sicuro voleva rumori e movimenti accanto a sé, come se provasse tanto timore da preferire la paralisi assoluta di tutte le cose e rimanere almeno nello stato e nella posizione che le permettessero di continuare a vivere anziché osare una variazione, sia pure minima, che avrebbe potuto compromettere la sua momentanea stabilità del tutto precaria - la sua calma ormai temibile - e che le procurava il panico. Questo è ciò che fa il panico ed è ciò che di solito porta alla perdizione quanti lo subiscono: fa credere loro che, immersi nel male o nel pericolo, siano tuttavia in salvo. Il soldato che resta in trincea quasi senza respirare e immobile pur sapendo che tra poco sarà presa d'assalto; il passante che non vuole mettersi a correre quando si accorge che dei passi lo seguono nella notte a tarda ora in una strada isolata; la puttana che non chiede aiuto dopo essere salita su una macchina le cui sicure si chiudono automaticamente e dopo essersi resa conto che non sarebbe mai dovuta andare con quell'individuo dalle mani così grandi (forse non chiede aiuto perché non si sente del tutto in diritto di farlo); lo straniero che vede abbattersi sulla propria testa l'albero che è stato colpito dal fulmine e non si scosta, ma lo guarda cadere lentamente sul grande viale; l'uomo che vede un altro uomo procedere in direzione del suo tavolino con un coltello in mano e non si muove né si difende, perché crede che tutto ciò non gli stia capitando davvero e che quel coltello non si conficcherà nel suo ventre, il coltello non può avere le sue viscere come destinazione; o il pilota che vede il caccia nemico riuscire a collocarsi dietro di sé e non fa l'ultimo tentativo per uscire dal suo mirino con una acrobazia, nella certezza che anche se avesse tutti i vantaggi, l'altro mancherebbe il bersaglio perché stavolta è lui il bersaglio. "Domani nella battaglia pensa a me, e cada la tua spada senza filo". Marta doveva sentirsi dipendere da ogni secondo, magari li contava mentalmente uno per uno, dipendere dalla continuità che è quella da cui riceviamo non soltanto la vita ma anche la sensazione della vita, quella che ci fa pensare e dire a noi stessi: "Ancora penso, o ancora parlo, ancora leggo o ancora guardo un film e perciò sono vivo; scorro la pagina della rivista o bevo un altro sorso della mia birra o completo un'altra parola del mio cruciverba, ancora osservo e distinguo cose - un giapponese, una hostess - e questo vuol dire che l'aereo su cui viaggio non è caduto, fumo una sigaretta ed è la stessa di qualche secondo prima e credo che riuscirò a finirla e ad accenderne un'altra, cosicché tutto continua e non posso neppure fare niente contro tutto questo, dal momento che non sono disposto a uccidermi né voglio farlo né mi accingo a farlo; quest'uomo dalle mani così grandi mi accarezza il collo e non stringe ancora: sebbene mi accarezzi con una certa forza e mi faccia un po' male, continuo a sentire le sue dita pesanti e dure sui miei zigomi e sulle mie tempie, le mie povere tempie - le sue dita sono come tasti -; e sento ancora i passi di quella persona che vuole derubarmi nel buio, o forse sbaglio e sono i passi di qualcuno inoffensivo che non riesce a camminare più svelto e a superarmi, forse dovrei dargliene l'occasione tirando fuori gli occhiali e fermandomi a guardare una vetrina, ma può darsi che allora smetterei di sentirli, e quello che mi salva è continuare a sentirli; e sono ancora qui nella mia trincea con la baionetta in canna di cui presto dovrò fare uso se non voglio vedermi trafitto da quella del mio nemico: ma ancora no, ancora no, e finché sarà ancora no la trincea mi nasconde e mi protegge, anche se siamo in campo aperto e sento il freddo sulle orecchie che l'elmetto non arriva a coprire; e il coltello che si avvicina impugnato da quella mano non è ancora arrivato alla sua destinazione e io rimango seduto al mio tavolo e nulla si lacera, e contrariamente a quel che sembra berrò ancora un altro sorso, e un altro, e un altro, della mia birra; poiché ancora non è caduto quell'albero, e non cadrà neppure se è stato spezzato e si rovescia, non su di me, né i suoi rami falceranno via la mia testa, non è possibile perché io sono in questa città e in questo viale soltanto di passaggio, e sarebbe altrettanto facile che io non vi fossi; e ancora continuo a vedere il mondo dall'alto, dal mio Spitfire supermariner, e non provo ancora la sensazione di discesa e di fardello e di vertigine, di caduta e di gravità e di peso che proverò quando il Messerschmitt che mi si è messo alla coda e mi tiene sotto tiro aprirà il fuoco e mi colpirà: ma ancora no, ancora no, e finché sarà ancora no posso continuare a pensare alla battaglia e a guardare il paesaggio, e a fare progetti per il futuro; e io, povera Marta, sento ancora la luce della televisione che è rimasta accesa e il calore di quest'uomo che continua a stare al mio fianco e mi fa compagnia. E fino a quando rimarrà al mio fianco non potrò morire: che resti qui e non faccia niente, non mi parli e non chiami nessuno e non modifichi niente, mi dia un po' di calore e mi abbracci, ho bisogno di stare calma per non morire, se ogni istante è identico al precedente non avrebbe senso che io cambiassi, che le luci rimanessero accese qui e in strada, e la televisione continuasse a trasmettere, mentre io muoio, un vecchio film di Fred MacMurray". [...]
Ho obbedito, ho aspettato, non ho fatto niente e non ho chiamato nessuno, sono soltanto tornato al mio posto nel letto, che non era il mio ma quella notte continuava a esserlo, mi sono messo di nuovo accanto a lei e allora lei mi ha detto senza girarsi e senza vedermi: "Tienimi, tienimi, per favore, tienimi", e voleva dire che la abbracciassi e così ho fatto, l'ho abbracciata dalla schiena, la mia camicia ancora aperta e il mio petto entrarono in contatto con la sua pelle liscia che era calda, le mie braccia passarono sopra le sue, con le quali si copriva, su di lei quattro mani e quattro braccia adesso e un doloroso abbraccio, e di certo non bastava, mentre il film alla televisione andava avanti senza audio in silenzio e senza che noi ci badassimo, ho pensato che un giorno o l'altro avrei dovuto vederlo prestandoci attenzione, in bianco e nero. Me lo aveva chiesto per favore, il nostro vocabolario è radicato a fondo, non ci si dimentica mai come si è stati educati né si rinuncia alla propria dizione e al proprio modo di parlare in nessun momento, neppure nella disperazione o nella collera, accada quel che accada, e anche se si è sul punto di morte. Sono rimasto per un po' così, disteso sul letto e abbracciato a lei come non avevo programmato e allo stesso tempo come era previsto, come c'era da aspettarsi da quando ero entrato in quella casa e anche prima, da quando avevamo fissato l'appuntamento e lei aveva chiesto o proposto che non fosse per strada. Ma questo era un'altra cosa, un altro tipo di abbraccio non annunciato da nessun presentimento, e allora ho avuto la sicurezza di ciò che fino a quel momento non mi ero permesso di pensare, o di sapere che pensavo: ho saputo che quella cosa non era passeggera e ho pensato che poteva essere conclusiva, ho saputo che non era dovuta al pentimento né alla depressione né alla paura e che era imminente: ho pensato che stava morendo tra le mie braccia; l'ho pensato e all'improvviso mi è venuta meno ogni speranza di poter uscire da lì, come se lei mi avesse contagiato la sua ansia di immobilità e di quiete, o forse era già un'ansia di morte, ancora no, ancora no, ma ormai non posso più, non posso più.

(Javier Marías, Domani nella battaglia pensa a me, Torino, Einaudi, 1998 [trad. di Glauco Felici], pp. 23-29)

Thursday, October 11, 2007

Images and (or?) words

Il bookcrossing vercellese di una quindicina di giorni fa ha consegnato al sottoscritto, tra l'altro, Sempre meglio che lavorare di Luca Goldoni. Devo già aver citato qualche volta l'ormai storico giornalista-opinionista-polemista; nel suddetto libro, contenente ricordi di corrispondenze dall'estero da lui svolte, vi sono anche riflessioni di curioso interesse, sempre velate dal consueto filo di ironia. Oggi vi propongo questa, sul valore del testo e delle fotografie.

Avevo vent'anni, facevo il cronista a Parma, mi affidarono un servizio su Miss Italia. La figura del giornalista, allora, esercitava un certo fascino, specialmente sulle ragazze. C'era una concorrente che mi piaceva e cercai di intortarla con frasi d'effetto, da uomo che non deve chiedere mai. Verso sera credetti di averla in pugno, ma dopo cena sparì. Il mio collega fotografo, senza tante perifrasi, se l'era portata in camera con la proposta di alcune pose artistiche.
Nonostante quell'incontestabile trionfo del clic sulla parola, non passai alla Rolleiflex, né in occasioni mondane, né professionali. Ai filtri dell'obiettivo mi ostinai a preferire quelli delle mie reazioni di fronte a qualcuno o qualcosa.
Però continuai spesso a invidiare i fotoreporter, per esempio quelli che incontravo nei servizi di guerra. Affrontavamo gli stessi rischi, provavamo le stesse emozioni. Ma loro le consumavano sul posto: inquadravano, scattavano e quando tornavano in albergo avevano già finito. L'abilità con cui avevano saputo cogliere volti o situazioni era già racchiusa nei rullini: dovevano solo pensare a spedirli.
Per me, invece, il lavoro cominciava allora, e cominciava la sofferenza. Avevo un taccuino scarabocchiato da decifrare, avevo sensazioni da ricostruire a freddo, immagini e stati d'animo da tradurre in parole. Scrivevo, accartocciavo il foglio, ricominciavo. Spesso mi disperavo (perché questa sensazione è così precisa dentro di me e non riesco a metterla a fuoco in una frase?). E intanto i miei colleghi fotografi erano già a cena, allegri, eccitati, appagati dalle centinaia di clic con cui avevano narrato una storia.
In fondo, mi dicevo, basta un clic per consegnare i grandi avvenimenti all'eternità: per esempio la guerra di Spagna è racchiusa nella celeberrima foto di Robert Capa sulla morte del miliziano e la guerra nel Pacifico ha un altro marchio inconfondibile: l'inquadratura dei marines che piantano la bandiera su Iwo Jima.
Altre volte però mi sentivo privilegiato nei confronti dei miei colleghi fotoreporter. Era accaduto qualcosa di importante e non l'avevamo saputo. Io potevo mendicare qualche informazione da un collega caritatevole e rimediare un articolo di fortuna. Loro no: non si può inventare una foto che non si è scattata. Una volta, rientrando dall'Unione Sovietica, i militi di frontiera sequestrarono tutti i rullini del mio collega. A me non potevano sequestrare la memoria.
E poi c'era l'incidente tecnico, sempre in agguato nel lavoro del fotoreporter: lo stesso Capa, sbarcando in Normandia con la prima ondata, rischiò di lasciarci la vita per nulla. Aveva due Contax, scattò centosei fotografie e uscì vivo dall'inferno. Ma quando spedì in laboratorio i rullini, gli distrussero i negativi per eccesso di essiccazione. Si salvarono miracolosamente solo otto fotogrammi. E sono queste otto istantanee che oggi rappresentano l'iconografia storica del Giorno più lungo.
La suggestione, la sintesi immediata dei grandi avvenimenti dunque è racchiusa più in un'immagine che in migliaia di parole. E tuttavia, se vogliamo approfondire l'emozione di questi celebri flash, dobbiamo ripiegare sulle cronache. Voglio dire che, senza le straordinarie pagine di Cornelius Ryan sul D-Day, le otto storiche foto di Capa sarebbero sospese nel vuoto.
D'altronde ci sono immagini scritte, più incise di fotografie: ne ricordo una, contenuta nella
Ritirata di Russia di Egisto Corradi: "Quei cavalli e quei muli che, colpiti dalle cannonate anticarro, venivano sollevati un poco da terra e si squarciavano come giganteschi papaveri rossi".
Si può scrivere per fotogrammi e si possono scattare foto che racchiudono centinaia di parole. L'importante è saperlo fare. Ciò che rifiuto è la tesi secondo la quale un reportage fotografico "testimonia" più inequivocabilmente di un reportage scritto. Esistono falsi clamorosi che sono emersi anche dalla bacinella della camera oscura: la già citata foto dei marines a Iwo Jima, per esempio, non consacra l'attimo della vittoria. Fu una "posa" studiata e ristudiata, dopo la battaglia, dall'inviato dell'Associated Press, Joe Rosenthal.
La verità si può dire o si può mistificare con le parole e con le immagini. Stare a discutere se siano meglio le une o le altre è una perdita di tempo. Una sola illusione mi sono tolto quasi subito: che il giornalista possa essere contestualmente fotografo e viceversa.
Per qualche anno ci ho provato e mi trovavo sempre dinanzi a bivi angosciosi: vado dove devo vedere, o vado dove devo ascoltare? Ho rischiato l'alienazione, finché non ho definitivamente rinunciato alla Rollei. E m'è rimasta un'ombra di quella nevrosi, al punto che scatto malvolentieri, anche se c'è da fare una foto ricordo in piazza San Marco.

(Luca Goldoni, Sempre meglio che lavorare, Milano, RCS Rizzoli Libri, 1989, pp. 71-73)

Thursday, October 04, 2007

Cercasi titolo...

Questa foto (scattata ieri pomeriggio da dietro il finestrino del pullman che mi portava a Varallo, fermo per caricare una persona) sarà pure 'na mezza cazzata, però... Insomma, ho visto e avendo dietro la fotocamera digitale non ho perso l'occasione.
Però mi manca il titolo. È come se ce l'avessi in testa ma non riuscissi a formularlo. Mi date una mano?
Relativamente alla foto: se eccettuiamo la mia ormai comprovata inabilità a scattare, l'unico rammarico è di non aver avuto tempo di zoomare maggiormente sul "protagonista" dell'immagine: il televisore al centro. Il vantaggio – se così si può dire – è che il contesto generale è più chiaro. Però già che ci sono vi chiedo, data la premessa che ho testé fatto: meglio così oppure, dato che la risoluzione lo permette, meglio ritagliare ed evidenziare l'oggetto, che qui è davvero in piccolo? Ho l'impressione che la risposta sarà determinata dai titoli che cortesemente mi suggerirete. Nel caso, faccio un secondo post (oppure édito questo).
Vabbeh, ho rotto le palle con la discussione preliminare. Ecco la foto.

Tuesday, October 02, 2007

LeggermentA

Cartello trovato nei cessi pubblici di Gattinara (dietro villa Paolotti):

Grande Asl 11...