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Friday, October 26, 2007

L'avversario

Vorrei proporre ai miei carissimi lettori un brano dal libro L'avversario di Emmanuel Carrère (Torino, Editrice La Stampa, 2006; su licenza della Giulio Einaudi Editore), che in un paio di occasioni ho nominato su queste pagine. Il volume si occupa della figura di Jean-Claude Romand, il pluriomicida francese che il 9 gennaio 1993 sterminò la propria famiglia: la moglie, i due figli piccoli, gli anziani genitori. Il suo caso è particolarissimo poiché Romand per 18 anni ha falsificato la propria stessa esistenza, costruendo un'immagine fittizia da offrire al mondo. Completamente falsa: dice di essere un medico dell'Organizzazione Mondiale della Sanità ma non si è neppure laureato; asserisce di doversi assentare per lavori e conferenze ma non fa altro che perdere tempo negli hotel o per i boschi; vanta un reddito da alto dirigente ma la sua abilità è stata soltanto quella di circuire parenti e amici per farsi affidare i loro soldi "da investire" (diceva lui). Per 18 anni. Finché la vita non gli ha presentato il conto; e pur di non pagarlo ha preferito distruggere ogni appiglio con la realtà esterna (la propria famiglia) e tentare il suicidio, non riuscendovi (e alcuni sostengono che abbia addirittura fatto deliberatamente in modo di non morire nell'incendio appiccato alla propria abitazione). La pazzia di Romand porta dunque a interrogarsi sugli abissi in cui la bugia può far precipitare potenzialmente ogni uomo: un solo momento di debolezza - questo la storia di Romand sembra suggerire - può essere fatale, creando una catena di menzogne una dentro l'altra. E va da sé che le successive devono essere sempre più grosse. Se normalmente la psiche riesce a contenere tale spinta, in soggetti patologici essa può rivelarsi devastante.
Vi è anche un secondo aspetto, che è precisamente quello che ha ispirato Carrère nella scelta del titolo. "Avversario" è appellativo biblico per Satana, detentore della falsità per eccellenza e capace unicamente di azioni false: esattamente come Romand. Per il pluriomicida, esattamente come per il diavolo, la menzogna è l'atteggiamento normale di vita: da qui l'identificazione simbolica scelta dall'autore. Anche il suo ostentato pentimento, di cui si parla verso la fine del libro, rientra in una strategia veramente demoniaca: Romand, pensa Carrère, riesce ad essere convincente anche in questa sua ultima interpretazione, procurandosi le stime dei suoi assistenti spirituali. In realtà è solo una mimesi o, se si preferisce un termine più moderno e "procedurale", un depistaggio: insomma, l'anticristo che si traveste da "buono". Ma, come sappiamo, Satana è destinato a soccombere "come la folgore" (Lc 10,18: "Egli [Gesù] disse: 'Io vedevo Satana cadere come la folgore' "; c'è anche un libro di Renè Girard che parafrasa questo detto: non l'ho ancora letto, ma mi ci metterò). Così anche Romand è cosciente che la sua folgorazione è vicina: l'ultimo brano che ho riportato più sotto descrive esattamente questa scena.
Rimandandovi alla lettura del libro, ricordo che c'è anche un film (sempre dal titolo L'avversario, con Daniel Auteuil, regia di Nicole Garcia), fatto molto bene e molto rispettoso della storia, rispetto alla quale vengono omessi soltanto un paio di dettagli. Inoltre, vi è un sito in francese sul caso Romand, contenente i termini essenziali della vicenda e una buona rassegna stampa. Dal canto mio, non mi resta che riportare due-tre brani dal libro di Carrère. Scuserete la scelta di particolare drammaticità, ma tant'è: mi sembrano quelli che più nitidamente illustrano la mostruosità del personaggio. Sono passi molto toccanti, a mio parere; quindi, stateci attenti.

Stava per chiudersi il capitolo della sua infanzia, quando Abad, il suo avvocato, gli ha chiesto: "È vero che a quei tempi, se provava una gioia o un dolore, il suo unico confidente era il cane?". Romand ha aperto la bocca. Ci aspettavamo una risposta banale, pronunciata con quel tono ragionevole e insieme lamentoso a cui cominciavamo ad abituarci. Ma non è uscito alcun suono. Ha vacillato. Ha cominciato a tremare piano, poi forte, dalla testa ai piedi, mentre dalla bocca gli sfuggiva una specie di cantilena disarticolata. Persino la madre di Florence ha girato lo sguardo verso di lui. Allora si è gettato a terra emettendo un gemito da far gelare il sangue. L'abbiamo sentito sbattere la testa contro il pavimento, abbiamo visto le sue gambe sferzare l'aria sopra la gabbia. Gli agenti attorno a lui hanno fatto del loro meglio per dominare quel moto convulso, poi l'hanno portato via, il grande corpo ossuto ancora scosso da gemiti e sussulti.
Ho scritto "da far gelare il sangue". Ho capito quel giorno quanta verità ci sia sotto tante frasi fatte: dopo la sua uscita si è davvero abbattuto sulla sala "un silenzio di tomba", finché il presidente, con voce incerta, ha dichiarato l'udienza sospesa per un'ora. La gente ha cominciato a parlare, a cercar d'interpretare quell'episodio solo dopo essere uscita dall'aula. Alcuni vedevano in quella crisi finalmente un segno di emozione, dopo tutto il distacco ostentato fino a quel momento. Altri giudicavano mostruoso il fatto che fosse stato il ricordo di un cane a suscitare una simile reazione in un uomo che aveva ucciso i propri figli. Altri ancora si chiedevano se non stesse fingendo. Nonostante in teoria avessi smesso di fumare, ho scroccato una sigaretta a un vecchio vignettista con la barba bianca e la coda di cavallo. "Ha capito - mi ha chiesto - dove vuole andare a parare l'avvocato?". Io non ne avevo la più pallida idea. "Vuole farlo crollare. Si rende conto che manca il sentimento, che il pubblico lo trova freddo, per questo vuole mostrare il suo punto debole. Ma non si rende conto di quanto sia pericoloso. Dia retta a me, sono quarant'anni che bazzico per tutti i tribunali francesi con la mia cartella da disegno, ormai ci ho fatto l'occhio. Questo individuo è
gravemente malato, è stata una follia da parte degli psichiatri lasciargli affrontare il processo. Si controlla, controlla ogni cosa, è l'unico modo che ha per riuscire a reggere, ma se qualcuno si mette a punzecchiarlo dove non può più controllarsi, andrà in mille pezzi, così, davanti a tutti, e le assicuro che sarà uno spettacolo spaventoso. Credono di trovarsi davanti a un uomo, ma quello non è più un uomo, non lo è più da una vita. È come un buco nero, e vedrà che ci esploderà in faccia. La gente non sa cosa sia la pazzia. È terribile. È la cosa più terribile che ci sia al mondo" (pp. 35-37)

- Dopo aver ucciso Florence, sapevo che avrei ucciso anche Antoine e Caroline, quei minuti davanti alla televisione erano gli ultimi che avremmo passato insieme. Me li sono coccolati. Devo aver sussurrato parole dolci, come: "Vi voglio bene". Lo facevo spesso e spesso loro mi rispondevano con dei disegni. Persino Antoine che andava ancora all'asilo sapeva scrivere "Ti voglio bene".
Un lunghissimo silenzio. Con voce alterata, il presidente ha proposto una sospensione di cinque minuti, ma lui ha scosso la testa, ha deglutito e poi ha continuato:
- Saremo rimasti così più o meno mezz'ora... Caroline si è accorta che avevo freddo e si è offerta di salire a prendermi la vestaglia. Io ho detto che mi sembrava che fossero loro un po' caldi, forse avevano la febbre, era meglio misurarla. Caroline è salita con me, l'ho fatta stendere sul letto... Sono andato a prendere la carabina...
La scena del cane si è ripetuta. Ha iniziato a tremare, il suo corpo si è accasciato. Si è buttato per terra. Non lo vedevamo più, gli agenti erano chini su di lui. Con una voce acuta da bambino si è messo a gemere: "Il mio papà! Il mio papà!". Una donna del pubblico è corsa verso la gabbia e ha cominciato a battere il vetro supplicandolo come una madre: "Jean-Claude! Jean-Claude!". Nessuno ha avuto il coraggio di allontanarla.
- Che cosa ha detto a Caroline? - ha proseguito il presidente dopo mezz'ora di sospensione.
- Non me lo ricordo... Era stesa a pancia in giù... E io ho sparato.
- Coraggio...
- L'ho già raccontato diverse volte al giudice istruttore, ma adesso... adesso
loro sono qui (singhiozzi). Ho sparato un primo colpo contro Caroline... aveva un cuscino sulla testa... devo aver finto che fosse un gioco... (geme, a occhi chiusi). Ho sparato... ho posato la carabina da qualche parte in camera... ho chiamato Antoine... e ho sparato di nuovo.
- Forse sarà il caso che l'aiuti un po', perché i giurati hanno bisogno di particolari e lei non è abbastanza preciso.
- ... Quando è nata Caroline, è stato il giorno più bello della mia vita... Era bella... (gemito)... fra le mie braccia... per il primo bagnetto... (spasmo). E l'ho uccisa io... L'ho uccisa io...
(Gli agenti lo tengono per le braccia, con una sollecitudine sgomenta).
(pp. 112-113)

Mentre Romand al processo descriveva gli omicidi, lei non aveva smesso un momento di pensare alle ricostruzioni, avvenute nel dicembre del 1994. Una prova altrettanto terribile per lui, a cui aveva temuto che non sopravvivesse. A Prévessin, lui inizialmente si era rifiutato di scendere dalla camionetta della polizia. Alla fine era entrato in casa, salendo anche al primo piano. Quando stava per varcare la porta della sua camera, aveva pensato che sarebbe accaduto qualcosa di soprannaturale: forse sarebbe stato fulminato sul posto.
Non è riuscito a ripetere i gesti descritti nelle sue dichiarazioni. Un agente si è steso sul letto e un altro, armato di un mattarello, ha finto di colpirlo in diverse posizioni. Lui suggeriva e correggeva, quasi come un regista. Avevo visto le fotografie di quelle ricostruzioni, sinistre e al tempo stesso grottesche. Poi si sono spostati nella camera dei bambini. Lì, su quel che restava dei letti, avevano posato due piccoli manichini con indosso dei pigiami comprati per l'occasione, gli scontrini figurano nel fascicolo delle indagini. Il giudice ha voluto fargli imbracciare la carabina ma lui non ce l'ha fatta: è svenuto. Ha trascorso il resto della giornata seduto su una poltrona del pianterreno, mentre un poliziotto recitava la sua parte. Il primo piano era stato devastato dall'incendio, ma il salotto era esattamente come l'aveva trovato la domenica mattina tornando da Parigi. C'erano perfino i disegni dei bambini e le ciambelle dell'Epifania. Il giudice ha dato l'ordine di mettere sotto sigilli la cassetta inserita nel videoregistratore e quella della segreteria telefonica, che gli ha fatto ascoltare qualche giorno più tardi.
È stato allora che la folgore gli è caduta addosso. Il primo messaggio risaliva all'estate precedente. La voce di Florence, piena di allegria e tenerezza, diceva: "Ehilà, siamo noi, siamo arrivati, aspettiamo che tu ci raggiunga, sii prudente lungo la strada, ti vogliamo bene". E Antoine dietro di lei: "Bacioni, papà, ti voglio tanto bene, tanto, tanto, tanto, vieni presto". Il giudice che lo guardava ascoltare, ascoltando a sua volta, si è messo a piangere. E lui, da quel momento, non ha più smesso di sentire il messaggio. Continuava a ripetere quelle parole che gli dilaniavano il cuore e insieme lo consolavano. Sono arrivati. Mi aspettano. Mi vogliono bene. Devo essere prudente lungo la strada che mi porta da loro. (pp. 133-134)

2 Comments:

Anonymous Raffaella said...

la curiosità di leggere gli stralci è molta, sai. per carattere non posso.
o leggo tutto o leggo l'inizio o nada ;)
il film lo conosco, non l'ho visto, purtroppo. sto apprezzando molto i francesi, sia come registi e come attori.

comunque sia, io penso che non si saprà mai davvero se alla fine mentisse o no. è un po'come la storia di al lupo al lupo e poi non ci crede più nessuno... chissà... mi chiedo, insomma... possibile che l'unico amore che costui avesse fosse solo per se stesso??? (ma sai che noia!)

January 06, 2008 8:35 pm  
Anonymous Matteo said...

Costui non amava se stesso, si odiava al punto tale da aver distrutto la sua vita.

May 09, 2009 7:37 pm  

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