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Friday, January 13, 2006

Letture illuminanti

Dal titolo sembra un librettino di tecnica strumentale e poco più, e invece è stata per me una lettura davvero illuminante su molti aspetti della musica studiata, ascoltata, eseguita e interpretata. Si tratta di L'arte del pianoforte. Tecnica, cultura, estetica, spiritualità: note di un professore, di Heinrich Neuhaus; in Italia era èdito da Rusconi, ora è difficilmente reperibile. Prima di tutto, a dispetto del titolo, è una lettura utile non solo per i pianisti ma per qualsiasi musicista e, secondo me, per estensione anche per ciascuna persona che si interessi di musica. L'autore fu davvero un personaggio eccezionale; la sua sincera modestia, dovuta all'attenta e vigile coscienza critica di sé e dei propri limiti (posti comunque molto in là!!!), non fa altro che accrescere la sua statura di Maestro con meritatissima maiuscola.
Neuhaus fu allievo del pianista e compositore Leopold Godowsky, dotato a quanto si dice e a quanto si può eccepire dalle sue partiture e registrazioni di una tecnica praticamente perfetta, nonchè di una sensibilità musicale fuori dall'ordinario. Neuhaus aveva una stima incredibile del suo maestro e cercò di non tradire mai gli insegnamenti che ebbe ricevuto da lui, ma piuttosto si sforzò di migliorarli ulteriormente. Insegnò prima a Kiev e poi nel prestigiosissimo Conservatorio di Mosca, diventando in breve il didatta più insigne della scuola pianistica russa, scuola di alta tradizione e che ancora oggi gode giustamente del massimo credito e riscontro in ogni sede. I suoi allievi più illustri furono Radu Lupu, Emil Gilels e soprattutto il prediletto Sviatoslav Richter, uno dei più grandi pianisti novecenteschi, cui prima o poi dedicherò un post perché sento un particolare feeling con il personaggio in questione.
Ma torniamo al libro. Perché lo considero così interessante? Perché Neuhaus non era solo un pianista, e neanche solo (insomma, "solo"... si fa per dire!) un musicista a tutto tondo, ma anche un uomo di grande cultura e attenzione a molteplici problematiche dell'arte e della vita più in generale. Il tutto non disgiunto da una bonaria ironia e auto-ironia, volta spesso a stemperare questioni che rischiano di essere prese troppo di punta, col rischio di farsi male! Era, infine, una persona con le idee molto ben chiare e con un'eccellente capacità di comunicarle. Non posso dimostrarlo in altro modo se non riportando qualche citazione dal testo. Ci sarebbero moltissimi passi di interesse notevole, ma devo giocoforza fare una selezione; in questo modo, chissà che qualcuno dei miei lettori non si incuriosisca e tenti, con difficoltà di procurarsi il volumetto! Sarebbe una lettura davvero formativa, nel suo complesso.

"È interessante l'analisi ritmica fatta da Sergej Sergeevic Skebrov dell'incisione del Poema op. 32 di Skrjabin eseguita dall'autore: nonostante le grandi variazioni di tempo (RUBATO), la media aritmetica di un quarto resta uguale all'indicazione iniziale del metronomo. Spesso, quando si incontra un passo che richiede un RUBATO devo spiegarlo agli studenti: rubare vuol dire che se ruberete del tempo e non lo restituirete in fretta, sarete un ladro; se inizialmente accelerate, in seguito dovrete rallentare; allora rimarrete una persona onesta e sarete in grado di ristabilire l'equilibrio e l'armonia. [...] Ricordate il modo di suonare di Rachmaninov, di Cortot e di alcuni altri. Penso che nel ritmo, come in tutta l'arte in genere, deve predominare l'armonia, l'accordo, la subordinazione e la correlazione, la corrispondenza suprema di tutte le parti. Ma che cos'è l'armonia? È soprattutto il senso dell'intero. È armonioso il Partenone, è armonioso il tempio dell'Ascensione di Kolomenskoe, è armoniosa la chiesa di san Basilio, nella sua fantasmagoria, è armonioso il "pazzesco" palazzo dei Dogi a Venezia, disarmonica la casa al n. 14/16 di via Ckalov, nella quale abito."

"La diversità, la varietà della sonorità in numerosi notevoli interpreti è infinita secondo le loro diverse personalità, proprio nello stesso modo in cui sono diversi le tinte, il colore e la luce nei grandi pittori: paragonate, ad esempio, Tiziano e Van Dyck, Velasquez ed El Greco, Vrubel' e Serov, e così via. E parallelamente considerate le sonorità di Busoni e di Hoffmann, di Petri e di Cortot, di Richter e di Gilels, di Sofronickij e di Oborin e così via."

"Bisogna ammettere che proprio le più alte vette dell'arte interpretativa (per esempio le esecuzioni di Mozart e di Bach, di Anton Rubinstein o di Rachmaninov, di Paganini o di Liszt) vengono e vanno, vanno per sempre. Ma non bisogna addolorarsene; al loro posto ne nascono di nuove. La vita dell'arte in questo senso è assolutamente simile alla natura stessa."

"Voglio [...] concludere queste note sul suono con le parole che talvolta dico ai miei allievi: il suono deve essere avvolto nel silenzio, il suono deve riposare nel silenzio, come una pietra preziosa nello scrigno di velluto."

"A questo punto, per amore della verità, devo osservare che non sempre ho lavorato così; spesso sono stato fiacco e ottuso, perché non avevo voglia di applicarmi ed ero attratto interamente da altri interessi; in questi casi i risultati ne risentivano. Ci sono stati anche periodi della mia vita in cui lavoravo in modo sciocco e svogliato e, ahimè, questo capitava proprio quando rinunciavo coscientemente e premeditatamente alla musica e al fare musica, oppure - per fortuna accadeva abbastanza di rado - quando mi ponevo dei traguardi tecnico-virtuosistici, mentre la testa era occupata da pensieri completamente diversi, più interessanti. Trasformare con premeditazione se stesso in uno stupido, senza esserlo per natura, ha sempre delle conseguenze. Questo, a proposito, dimostra una verità che, del resto, non ha bisogno di prove, cioè che io non sono un pianista-virtuoso, ma semplicemente un musicista che conosce il pianoforte e che sa esprimersi con esso."

"Se dovessi tentare di dire nel modo più sintetico possibile perché mi sono tanto cari la polifonia e Bach il suo maggior creatore nella storia, direi: la polifonia riflette con mezzi musicali la straordinaria unità del particolare e del generale, dell'individuo e della massa, dell'uomo e dell'universo; la polifonia esprime per mezzo dei suoni la filosofia, l'etica e l'estetica contenute n questa unità. Questo rafforza il cuore e la mente. Mentre suono Bach, mi sento in accordo col mondo e lo benedico."

"Ritengo che uno dei compiti principali dell'insegnante sia quello di rendersi inutile all'allievo il più presto possibile e nel modo più definitivo; l'insegnante deve farsi da parte, uscire a tempo dalla scena, ispirando all'allievo autonomia di ragionamento e di studio, coscienza di sé e capacità di raggiungere lo scopo [...] Aspirare a ciò non significa, tuttavia, che io voglia annientare la mia personalità: non voglio solo essere un poliziotto, un istruttore, un allenatore, e voglio restare uno dei molti stimoli vitali dell'allievo, una delle suggestioni di questa esistenza pari ad altre più forti o più deboli. Questa convinzione precisa mi deriva dall'aver conosciuto il lavoro di alcuni miei colleghi per lo più insegnanti "puri" e non esecutori, che non riuscivano ad ammettere che uno studente, magari dotato di poco cervello, potesse un giorno smettere di avere bisogno di loro; gli allievi restano per loro eterni bambini. Questo è un sentimento molto toccante, «materno», ma sbagliato. Mi viene in mente che la madre di Aleksandr Konstantinovic Glazunov, quando il compositore aveva ormai quasi cinquant'anni, diceva alla lavandaia, dandole da lavare la sua biancheria: «Lavami per benino la biancheria del bambino». La cosa più divertente è che Glazunov, già a diciassette anni, aveva scritto una sinfonia assolutamente non infantile."

"A volte mi stupisce, e probabilmente stupisce gli allievi presenti in classe, che il lavoro analitico e preparatorio con uno di loro della Barcarola di Chopin, che ho letto centinaia di volte, tanto per fare un esempio, provochi ancora in me un entusiasmo infantile e che a stento riesca a trattenere lacrime di gioia all'idea che esista al mondo un miracolo simile. [...] La mia commozione non deve sorprendere. Non ci si può «abituare» alla bellezza dell'arte: come non ci si può abituare o restare indifferenti alla bellezza di un mattino di maggio, di una notte estiva senza luna con miriadi di stelle e tanto meno si può restare indifferenti alla bellezza spirituale dell'uomo, che è la causa prima e l'origine dei grandi capolavori."

"[...] i criteri di «semplicità» e di «complessità» [...] non sono assoluti e dipendono, come tutto a questo mondo, dalle leggi della dialettica materialista. Chiarirò questa dialettica con un esempio tratto dalla mia vita. Amo nella musica la semplicità lirica, come è stata espressa, diciamo, dalle mazurke di Chopin, dalle melodie di Tchaikovsky, dai Lieder di Schubert, ecc. A volte mi sembrava che avrei dato metà di tutta la musica per il solo secondo tema dell'ouverture di Romeo e Giulietta di Tchaikovsky (un particolare divertente: a sentirlo, scoppiai in lacrime quando avevo sei anni, e ancora oggi non riesco ad ascoltarlo senza piangere). Oltre a questa musica, alla quale si adatta in particolar modo la parola «semplicità», mi procura un particolare piacere, non paragonabile a niente, la musica degli ultimi quartetti di Beethoven, la fuga dalla Sonata op. 106, ecc., cioè la musica meno semplice, più complessa, più intellettuale, più «inaccessibile»; una musica quasi del tutto priva di quello che chiamiamo «lirismo». Mi domando se non sia contraddittorio provare la stessa attrazione per una mazurka di Chopin e per la più rigorosa fuga di Bach, per l'Eugenio Onegin e per il Quartetto op. 133, ecc. Sì, se volete esiste una contraddizione, ma di un genere che investe tutta una vita, tutta l'esistenza e alla quale noi, uomini, non possiamo sottrarci; al contrario, ci troviamo al centro di queste contraddizioni. In sostanza il discorso verte su diversi aspetti di un unico, complesso fenomeno, che si chiama vita."

Felice notte a tutti!

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